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È giusto essere assolti dal sacerdote senza elencare i propri peccati?

catholicireland.net
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Don Enrico Finotti: se sono mortali vanno sempre spiegati

«Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi», affermava Papa Francesco in piazza San Pietro il 29 aprile 2013. «Guardate ai vostri peccati, ai nostri peccati: tutti siamo peccatori, tutti – spiegava il Pontefice – Questo è il punto di partenza. Ma se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele, è giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. E ci presenta – vero? – quel Signore tanto buono, tanto fedele, tanto giusto che ci perdona» (Tempi.it).

PURIFICAZIONE DAI PECCATI
Attraverso il sacramento della Confessione il penitente elenca solitamente i peccati al sacerdote per poi essere liberato da essi. Ma se questo non accade, cioè se un sacerdote non si fa elencare i peccati ma dà comunque l’assoluzione, compie un sacramento valido? E sopratutto è corretto non farsi elencare i peccati dal penitente? 

LE QUATTRO FASI DELLA CONFESSIONE
Don Enrico Finotti, parroco di Rovereto e curatore della rivista formativa Liturgia «culmen et fons», ha spiegato ad Aleteia che il sacramento della Penitenza (o Riconciliazione, o Confessione) «ha dogmaticamente quattro parti essenziali: il pentimento, l’accusa dei peccati, la penitenza e l’assoluzione da parte del sacerdote. Come si evince l’accusa dei peccati mortali è necessaria per ottenere una valida assoluzione sacramentale». 

ADEGUATA PENITENZA
Il sacerdote, infatti, è giudice e a nome della Chiesa «deve poter conoscere il genere di peccati accusati dal penitente per poi stabilire se sciogliere o legare, secondo l’espressione del Signore, ed anche imporre l’adeguata penitenza per l’emendamento del penitente». 

PECCATI VENIALI E MORTALI
Diversa è la necessità dell’accusa di peccati veniali, «per i quali non vi è assoluta necessità, ma la saggia raccomandazione della Chiesa in un cammino di perfezione e di graduale crescita nella santità del proprio stato di vita». Se il penitente, dunque, è cosciente di avere un peccato mortale è tenuto ad accusarlo nella successiva confessione, essendo stato impossibilitato ad accusarlo nella confessione precedente.

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