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Paolo VI, un papa incompreso al suo tempo

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Salvador Aragonés - Aleteia - pubblicato il 17/10/14

Ha sofferto molto per la difesa della dottrina del Concilio e della fede

di Salvador Aragonés

Il futuro beato Paolo VI, Giovanni Battista Montini, è stato il primo papa che ho conosciuto personalmente. Non gli piacevano i giornalisti perché era convinto che non si potessero racchiudere in un titolo o in poche righe la dottrina della Chiesa o pensieri filosofici e teologici elaborati in anni di studio. Come si può riassumere in tre paragrafi un’enciclica come la “Humanae Vitae o la “Populorum Progressio”?

Ad ogni modo, Paolo VI aveva grande rispetto per i giornalisti e i mezzi di comunicazione, anche se non so se è arrivato ad accettare che la stragrande maggioranza della cattolicità conoscesse la dottrina della Chiesa attraverso i media. La dottrina della Chiesa non entra né in uno né in duemila tweet senza apparire ridotta o mutilata. Ricordo la sua accoglienza ai giornalisti nel gennaio 1973, quando ci disse che non dovevamo confondere Montini con Paolo VI, perché il papa quando parla come tale non emette giudizi personali, ma è ispirato dallo Spirito Santo a guidare la Chiesa universale. Il pensiero di Montini non era quello di Paolo VI. Con quanto affetto lo ha detto! Anche se ha riconosciuto che molti giornalisti non erano credenti e vedevano la Chiesa da un punto di vista unicamente umano.

Paolo VI sarà beatificato domenica 19 ottobre al termine del Sinodo sulla famiglia. È stato per molti anni nella Segreteria di Stato, fino alla sua nomina ad arcivescovo di Milano e cardinale. Ha avuto una formazione di stampo francese e ammirava soprattutto Jacques Maritain. Quando morì Giovanni XXIII era il cardinale più “papabile”, e la sua elezione non è stata una sorpresa. Il suo pontificato ha coinciso con una tappa tempestosa per la vita della Chiesa come sono i periodi post-conciliari. È stato un papa che ha sofferto molto in difesa della dottrina del Concilio e della fede. Ha dovuto sospendere a divinis”, ovvero togliergli le funzioni sacerdotali ed episcopali, l’arcivescovo Marcel Lefebvre, che non ha accettato la dottrina del Concilio soprattutto per quanto riguarda la riforma liturgica, ritenendo che in alcuni punti era caduto in eresia. In seguito Lefebvre ha istituito la Fraternità Sacerdotale San Pio X, il papa che ha condannato il modernismo francese, al margine della comunione con la Chiesa di Roma.

È stato Paolo VI a dover far fronte all’ondata di secolarismo marxistizzante in una parte del clero in Paesi latini di Europa e America e a dover sospendere a divinis” l’abate benedettino di San Paolo fuori le Mura, Giovanni Franzoni, diventato un militante attivo del Partito Comunista Italiano (PCI) dopo aver creato una comunità di base ed essersi sposato. Il papa ha anche affrontato i parroci guerriglieri dell’America Latina e ha espulso il francescano Leonardo Boff, promotore del movimento Cristiani per il Socialismo.

In un altro ordine di cose, Paolo VI ha affrontato lo scisma dell’Olanda, dove un gruppo di chierici e religiosi ha elaborato il cosiddetto “Catechismo olandese”, che aveva come figura insigne, accanto ad altre, il domenicano Edward Schilleebeckx. Ha nominato vescovi in Olanda contro la volontà degli apparati delle curie diocesane che volevano imporre al papa i propri candidati all’episcopato.

Ricordo il dolore con cui Paolo VI ha vissuto gran parte del suo pontificato (1963-1978) vedendo come si applicava il Concilio uscendo dall’alveo dello stesso e constatando la secolarizzazione di tanti sacerdoti e religiosi. È stato il papa che ha riconosciuto che “attraverso qualche fessura il fumo di Satana è entrato nella Chiesa”. È stato un papa criticato ma affettuoso, perché chi gli faceva visita – e chi scrive ne dà fede come giornalista – constatava che era una persona affabile, affettuosa, grande amico della libertà personale quando venne accusato del contrario. È la condanna dei papi che malgrado il loro valore personale e intellettuale non sono ben accolti dal mondo, perché la Chiesa è “segno di contraddizione”, come ha segnalato lo stesso Paolo VI nella “Humanae Vitae”.

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