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La nostra società ha ancora bisogno della famiglia?

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Aleteia - pubblicato il 16/10/14

Secondo lo statistico Volpi è necessario che la famiglia ritorni ad essere il punto di partenza per la fecondità della persona

Ci sposiamo tardi, facciamo figli tardi e i nostri bambini sono figli unici. E non è solo perché la disoccupazione ci perseguita e le tasse ci tolgono il fiato. Se accade tutto ciò è perché da tempo la famiglia ha smesso di essere un fattore del nostro successo, anche come paese, per rimanere un peso, un ostacolo alla realizzazione dei progetti personali dei suoi componenti. 

Famiglia secondaria
Lo sostiene lo statistico Roberto Volpi nel libro La nostra società ha ancora bisogno della famiglia?. Per Volpi la scelta di dare vita a un progetto del genere arriva temporalmente tardi perché è concettualmente percepita come secondaria. Non è più un pilastro che sorregge la propria esistenza per permettere alla persona di entrare nella società con vigore e caparbietà.

Punto di arrivo
La tesi di Volpi è che la famiglia iniziò a perdere terreno non perché il suo “successo” iniziato nel dopoguerra fosse fasullo, ma per il verificarsi nella società di «cambiamenti tali da “portare” per un verso a meno famiglia e, per l’altro, da “richiedere” meno famiglia». Ieri la famiglia era la squadra con cui si tentava di lasciare un’impronta nel mondo (non possono non venire alla mente le vivaci storie imprenditoriali familiari di cui l’Italia è ricca); oggi è un punto di arrivo, il coronamento di un sogno che rischia di non avere il tempo e le energie per realizzarsi compiutamente. (Tempi.it, 16 ottobre)

Cosa serve per cambiare tendenza?
Volpi lo spiega nelle battute finali del libro: riequilibrare quell’individualismo, non censurarlo, ma farlo venire fecondamente a patti con la famiglia solida di cui la società ha bisogno. Ricominciando a dimostrare che la famiglia può essere un ambito fecondo per l’individuo. Un ambito di certezza da cui la persona può ogni giorno ripartire, sentirsi accolta e amata gratuitamente. E questo è, non a caso, uno dei punti centrali dei lavori del Sinodo sulla famiglia.

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