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Il Vangelo della Famiglia

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don Fabio Bartoli - La Fontana del Villaggio - pubblicato il 15/10/14

Voler stabilire ulteriori criteri di ammissione alla celebrazione, che riguardino il grado di fede dei nubendi, comporterebbe invece gravi rischi, a cominciare da quello di pronunciare giudizi infondati e discriminatori.

Di fatto, però, sono purtroppo molti oggi i battezzati che non hanno mai creduto o non credono più in Dio. Si pone dunque la questione se essi possano validamente contrarre un matrimonio sacramentale.

Su questo punto rimane di valore fondamentale l’introduzione del cardinale Ratzinger al volumetto “Sulla pastorale dei divorziati risposati” pubblicato nel 1998 dalla congregazione per la dottrina della fede.

Ratzinger (Introduzione, III, 4, pp. 27-28) ritiene che si debba chiarire “se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è ‘ipso facto’ un matrimonio sacramentale”. Il Codice di diritto canonico lo afferma (can. 1055 § 2) ma, come osserva Ratzinger, il Codice stesso dice che ciò vale per un valido contratto matrimoniale, e in questo caso è precisamente la validità a essere in questione. Ratzinger aggiunge: “All’essenza del sacramento appartiene la fede; resta da chiarire la questione giuridica circa quale evidenza di ‘non fede’ abbia come conseguenza che un sacramento non si realizzi”.

Sembra pertanto accertato che, se veramente non c’è fede, non c’è nemmeno il sacramento del matrimonio.

Riguardo alla fede implicita la tradizione scolastica, con riferimento a Ebrei 11, 6 (“chi si avvicina a Dio deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo cercano”), richiede almeno la fede in Dio rimuneratore e salvatore.
Mi sembra però che questa tradizione vada aggiornata alla luce dell’insegnamento del Vaticano II, in base al quale possono giungere alla salvezza che richiede la fede anche “tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia”, compresi coloro che si ritengono atei o comunque non sono giunti a una conoscenza esplicita di Dio (cfr. “Gaudium et spes”, 22; “Lumen gentium”, 16).

Ad ogni modo questo insegnamento del Concilio non implica affatto un automatismo della salvezza e uno svuotamento della necessità della fede: mette invece l’accento non su un astratto riconoscimento intellettuale di Dio bensì su una, per quanto implicita, adesione a lui come scelta fondamentale della nostra vita.

Alla luce di questo criterio, nella situazione attuale sono forse da ritenere ancora più numerosi i battezzati che di fatto non hanno fede e che pertanto non possono contrarre validamente il matrimonio sacramentale.

Sembra quindi davvero opportuno e urgente impegnarsi a chiarire la questione giuridica di quella “evidenza di non fede” che renderebbe non validi i matrimoni sacramentali e che impedirebbe per il futuro ai battezzati non credenti di contrarre un tale matrimonio.

Non dobbiamo nasconderci, d’altra parte, che si apre così la via a cambiamenti molto profondi e carichi di difficoltà, non solo per la pastorale della Chiesa ma anche per la situazione dei battezzati non credenti.

È chiaro infatti che essi hanno, come ogni persona, diritto al matrimonio, che contrarrebbero in forma civile. La difficoltà maggiore non sta nel pericolo di compromettere il rapporto tra ordinamento canonico e ordinamento civile: la loro sinergia è già diventata infatti molto debole e problematica, per il progressivo allontanarsi del matrimonio civile da quelli che sono i requisiti essenziali dello stesso matrimonio naturale.

L’impegno dei cristiani e di quanti siano consapevoli dell’importanza umana e sociale della famiglia fondata sul matrimonio dovrebbe piuttosto essere rivolto ad aiutare gli uomini e le donne di oggi a riscoprire il significato di quei requisiti. Essi si fondano nell’ordine della creazione e proprio per questo valgono per ogni tempo e possono concretizzarsi in forme adatte ai tempi più diversi.

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Tags:
matrimoniosinodo famiglia
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