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Chiesa e digitale: non si può sfuggire al proprio tempo

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Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 15/10/14

Un convegno alla Lateranense per parlare di educazione e comunicazione religiosa nell’era dei social network.

Se il mondo in cui la Chiesa opera muta il proprio modo di fare relazione e si fa ipertecnologica, a quella spetta il compito di apprendere l’utilizzo dei nuovi strumenti e dei nuovi linguaggi perché quel mondo non le scivoli via tra le mani. L’impegno per i religiosi e per chi fa comunità religiosa è quello di continuare a camminare insieme all’altro, espandendo al massimo le proprie capacità di comunicazione del Vangelo, senza snaturare con questo la propria funzione. Non è questa a cambiare, infatti, ma i mezzi da usare per la pastorale e le modalità per contattare un bacino d’utenza potenzialmente sempre più ampio. Di questo ed altro si parlerà al convegno “Social Network e formazione religiosa” organizzato per il prossimo 30 ottobre dalla Pontificia Università Lateranense – dove si svolgerà l’incontro – in collaborazione con le Edizioni San Paolo. Parteciperanno personalità di spicco legate all’ambito della formazione e dei media cattolici: tra gli altri, ci saranno l’Arcivescovo Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio per le comunicazioni sociali, e Dario Edoardo Viganò, Direttore del Centro Televisivo Vaticano. Aleteia ha incontrato Don Paolo Padrini, sacerdote esperto di cultura digitale (e autore di Facebook, internet e i digital media, Paoline, 2012), che parteciperà al convegno.

Quale novità segnala questo convegno?
Padrini: Io credo che registri due tipi d’attenzione costante della Chiesa. Un’attenzione è al tema della formazione e dell’educazione, soprattutto del clero e dei religiosi nel contesto attuale; l’altra è al tema importante dei nuovi mezzi di comunicazione e dei media digitali come strumenti di comunione, di comunicazione, di creazione di comunità di amore. Dal punto di vista pastorale parliamo di un uso dei media che non è funzionale, ma è sempre aderente con la nostra funzione di sacerdoti e di educatori. Sono due costanti attenzioni collegate inscindibilmente tra di loro, che dimostrano quanto la Chiesa sia attiva, vitale, tutt’altro che ingenua, sempre attenta e profonda.

In cosa sono diversi un religioso di oggi e uno di venti anni fa, che non aveva a disposizione quei mezzi?
Padrini: E’ un discorso difficile e forse anche un po’ aleatorio, quasi si cercassero delle differenze ontologiche. La prospettiva giusta nella quale mettersi è quella del capire, soprattutto nell’ottica della sfida consapevole, quali sono le nuove opportunità. Le opportunità sono quelle del conoscere sé stessi e il modo nel quale si vive, per affrontarlo in modo pastorale; i sacerdoti sono chiamati a vivere una vita che non è diversa, ma nella quale svolgono un servizio pastorale che li rende pastori. Questa è la loro vita vissuta in tutte le dimensioni: c’è la dimensione personale, quella comunitaria, e quindi anche le dimensioni della comunicazione e delle relazioni nelle quali ovviamente i nuovi media digitali sono elemento sostanziale. I preti di adesso non sono diversi da quelli di vent’anni fa. Se ci pensiamo bene i religiosi di vent’anni fa accolsero pienamente la sfida dei nuovi mezzi di allora, la televisione ad esempio: pensiamo a quante realtà sono fiorite in Italia da quel punto di vista, e a quanto la Chiesa italiana abbia fatto nell’ambito del proprio progetto culturale. Ogni periodo ha le sue sfide, l’importante è non fuggire e saperle cogliere pienamente, con profondità e responsabilità.

Esistono delle resistenze interne a questi nuovi linguaggi?
Padrini: Ogni nuova realtà implica una resistenza, è una questione quasi fisica: un mezzo impone una resistenza ad una forza in modo uguale e contrario. Le resistenze sono da mettere in conto, ma sono connaturate alla nostra difficoltà in quello che sono il dialogo e la relazione. Anche lì, di nuovo, resistenze ci sono, di ogni genere, ma è importante capire come affrontarle. Il mezzo è nuovo, ha le sue regole, il suo linguaggio, e ogni nuovo linguaggio impone dei nuovi strumenti da darsi per comprenderlo. Nessuno ha la scienza infusa. Bisogna studiare e impegnarsi, ma anche pregare ed essere forti dal punto di vista spirituale per saper essere più sereni nel momento in cui c’è da scegliere uno strumento per esprimere quello che abbiamo dentro. Resistenze ci sono, ma io preferisco di mio cercare strumenti per trovare soluzioni, perché questo è il compito di ognuno, e secondo me la Chiesa deve offrire degli alti ideali e mantenere alto il livello. Perché il servizio che possiamo fare a questi strumenti e linguaggi nuovi è tenere l’asticella bassa e banalizzare il tutto. Oltre a non dare niente, ciò che è banale è brutto e non attira. Noi siamo chiamati a portare il Vangelo, a vivere il Vangelo, la parola di Dio, che attira di per sé, e dobbiamo non annacquarla né rovinarla.

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Tags:
chiesa e media

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