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Sinodo. Erdö: pazienza e delicatezza per famiglie ferite. No a soluzioni uniche

©MASSIMILIANO MIGLIORATO/CPP

Radio Vaticana - pubblicato il 13/10/14

La “Relazione dopo la discussione” fa il punto sul Sinodo straordinario sulla famiglia

di Isabella Piro

Bisogna ascoltare il contesto socio-culturale in cui vivono le famiglie oggi; confrontarsi sulle prospettive pastorali da intraprendere e soprattutto bisogna guardare a Cristo, al suo Vangelo della famiglia. Tira le fila, il card. Erdö, dopo una settimana intensa di dibattito nell’Aula del Sinodo: la sua “Relazione dopo la discussione” fa il punto e suggerisce su quali temi i Circoli minori dovranno lavorare, nei prossimi giorni, per preparare i documenti finali dell’Assemblea.

La famiglia, dunque: realtà “decisiva e preziosa”, “grembo di gioie e di prove, di affetti profondi e di relazioni a volte ferite”, “scuola di umanità”, va innanzitutto ascoltata, nella sua “complessità”. L’individualismo esasperato, la “grande prova” della solitudine, “l’affettività narcisistica” legata alla “fragilità” dei sentimenti, “l’incubo” della precarietà lavorativa, insieme a guerra, terrorismo, migrazioni, deteriorano, infatti, sempre più le situazioni familiari. E’ qui, allora – si legge nella Relazione – che la Chiesa deve dare “speranza e senso” alla vita dell’uomo contemporaneo, facendogli conoscere di più “la dottrina della fede”, ma proponendola “insieme alla misericordia”.

Poi, lo sguardo a Cristo, che “riafferma l’unione indissolubile tra uomo e donna”, ma che permette anche di “leggere in termini di continuità e novità l’alleanza nuziale”. Il principio – spiega il card. Erdö – deve essere quello della “gradualità” per i coniugi di matrimoni falliti, in una “prospettiva inclusiva” per le “forme imperfette” della realtà nuziale:

“Rendendosi necessario un discernimento spirituale, riguardo alle convivenze e ai matrimoni civili e ai divorziati risposati, compete alla Chiesa di riconoscere quei semi del Verbo sparsi oltre i suoi confini visibili e sacramentali. (…) La Chiesa si volge con rispetto a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto e imperfetto, apprezzando più i valori positivi che custodiscono, anziché i limiti e le mancanze”.

Occorre, dunque, una “dimensione nuova della pastorale familiare”, che sappia nutrire i semi in maturazione, come quei matrimoni civili connotati da stabilità, affetto profondo, responsabilità nei confronti dei figli e che possono portare al vincolo sacramentale. Anche perché spesso le convivenze o le unioni di fatto non sono dettate da un “rigetto dei valori cristiani”, ma da esigenze pratiche, come l’attesa di un lavoro fisso. Vera “casa paterna”, “fiaccola in mezzo alla gente” – continua il porporato – la Chiesa, allora, deve accompagnare “con pazienza e delicatezza”, “con attenzione e premura i suoi figli più fragili, quelli segnati dall’amore ferito e smarrito”, dando loro “fiducia e speranza”.

In terzo luogo, la “Relazione dopo la discussione” affronta le “istanze pastorali più urgenti” da affidare “alla concretizzazione nelle singole Chiese locali”, sempre in comunione con il Papa. Al primo posto, c’è “l’annuncio del Vangelo della famiglia”, da attuare non per “condannare, ma per guarire la fragilità umana”. E tale annuncio riguarda anche i fedeli:

“Evangelizzare è responsabilità condivisa di tutto il popolo di Dio, ognuno secondo il proprio ministero e carisma. Senza la testimonianza gioiosa dei coniugi e delle famiglie, l’annunzio, anche se corretto, rischia di essere incompreso o di affogare nel mare di parole che caratterizza la nostra società (cf. Novo Millennio Ineunte, 50). Le famiglie cattoliche sono chiamate ad essere esse stesse i soggetti attivi di tutta la pastorale familiare”.

Il Vangelo della famiglia è “gioia”, sottolinea il card. Erdö, e per questo richiede “una conversione missionaria”, così da non fermarsi ad un “annuncio meramente teorico, sganciato dai problemi reali delle persone”. Allo stesso tempo, è necessario agire anche sul linguaggio:

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