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Mafia e l’altra resistenza: oggi i sacerdoti sono meno soli

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 13/10/14

Storie di un’antimafia disseminata di vittime, di impegno e anche di una nuova pastorale

“Una società libera dalle mafie – e questo libro non fa che ricordarcelo – è una società della responsabilità e della ricerca della verità. Una società libera dalle menzogne del potere”. Già pesanti di per sé, se escono come escono dalla penna di don Luigi Ciotti, che di questo libro ha curato la prefazione, queste parole acquisiscono un valore immenso perché immensa è l’esperienza sul campo di cui sono cariche. L’altra Resistenza. Storie di eroi antimafia e lotte sociali in Sicilia (Paoline, 2014), un libro scritto dallo storico Giuseppe Carlo Marino e dal giornalista Pietro Scaglione, ci racconta una storia d’Italia alternativa, ricca di trame evidenti e di altre sottotraccia, di uomini di Stato e di giornalisti che hanno tentato di dipanarle e che per questo sono stati uccisi, di religiosi che per vivere fino in fondo la propria missione di cristianesimo sociale sono entrati in conflitto con il potere di quelle terre, potere che ha il volto dei mafiosi ma anche di settori dello Stato deviato, e che per questo sono stati eliminati.

Molte di queste sono storie già concluse che vengono narrate come esempio; molte altre riguardano uomini di Chiesa che ancora profondono il loro impegno quotidiano laddove regna Cosa Nostra. Ma oggi i parroci hanno un alleato in più, ed è quel papa Francesco (alla cui pastorale antimafia il libro è dedicato) che ha raccolto da san Giovanni Paolo II il testimone di un impegno profondo contro la criminalità organizzata. Aleteia ha intervistato uno degli autori, Pietro Scaglione, che tra le altre cose è nipote del magistrato ucciso da Cosa Nostra nel 1971.

In che senso la mafia è un fatto “italiano”?

Scaglione: Carlo Marino ed io trattiamo – in modo diverso nelle due parti in cui il saggio è costituito – il tema della mafia in una maniera originale e specifica, perché tutti e due consideriamo la mafia un problema italiano in quanto rapportato al potere e alla politica. Mentre in altre parti del mondo ci sono organizzazioni criminali, per così dire, “di strada” o di narcotraffico, solo in Italia c’è un fenomeno così radicato di “alta mafia”, di borghesia mafiosa nel potere, nel Palazzo e nella politica. Se analizziamo i nostri 150 anni di storia, come noi abbiamo fatto, ci accorgiamo che sono un continuo intreccio di rapporti tra mafia e potere, tra mafia e Stato. Quindi non si tratta di un fenomeno limitato a criminalità spicciola, ma che comprende corruzione, potere, denaro, affari e appalti.

Qual è il filo rosso che accomuna le vittime della mafia?

Scaglione: Nella mia parte del libro affronto il tema della “memoria”, che è molto coltivata ad esempio da associazioni meritorie come Libera di don Ciotti. La memoria però non deve essere fine a se stessa, ma deve inserirsi in un progetto di giustizia sociale per una legalità non formale ma sostanziale, cioè per un’applicazione dei principi di uguaglianza e legalità alla realtà. Molte vittime hanno qualcosa che le accomuna, dato che molti tra investigatori e magistrati sono stati uccisi per avere indagato a loro volta su altre vittime della mafia. Prendiamo il caso di mio nonno, il procuratore Scaglione: lui indagò su Portella della Ginestra, cioè su una vicenda oscura che coinvolse mafia, apparati e servizi segreti deviati, indagò poi sul giornalista De Mauro che fu rapito, sulla strage di Ciaculli. A loro volta altri magistrati come Terranova e Chinnici indagarono sull’omicidio di mio nonno e su altri prima di venire uccisi. Questo testimonia come ci sia un grande intreccio sotterraneo, non ancora venuto alla luce, su delitti che sono collegati tra loro. Non tutti i magistrati che hanno indagato sulla mafia sono stati uccisi. È capitato solo ad alcuni, e bisogna capire il perché, che cosa avevano scoperto di così grave. Certamente qualcosa che li portò ad essere sacrificati. Del resto lo hanno detto anche i pentiti: è raro che la mafia o gli apparati legati alla mafia ricorrano all’omicidio, se lo fanno vuol dire che hanno un ostacolo o un pericolo da prevenire. Ed è ormai emerso come in molti misteri d’Italia non c’entri soltanto la mafia, che addirittura in alcuni casi non c’entra per niente, ma solo apparati e servizi segreti deviati nostri o di altri Paesi occidentali. Ciò dimostra che siamo oltre al “terzo livello” di cui parlava Giovanni Falcone: c’è un quarto livello, dove s’incrociano poteri misteriosi.

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