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Succede oggi. Scuola Inclusiva

© Alain PINOGES/CIRIC
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Testimonianza di una mamma e di una scuola che non è inclusiva coi bisogni della famiglia.

di Sara Nevoso

Succede qualche giorno fa che il mio numero uno ha iniziato la scuola elementare.

Con gli occhi lucidi ho visto il mio piccoletto più grande, prendere posto ad un piccolo banco, gli occhi che vagavano veloci rimbalzando sulle pareti dell’aula, il dito sulle labbra come quando è nervoso (ma non vuole assolutamente darlo a vedere).

Poche parole, un bacetto sulla fronte e il desiderio irrealizzabile di essere una mosca per godere a pieno della novità, dell’inizio dell’avventura di mio figlio, che è sempre meno “solo mio”.

Ad essere sincera, avrei voluto che andasse diversamente.

La scuola vicino casa che abbiamo scelto (dove è presente anche la scuola materna che ha iniziato il numero due), non è riuscita a formare una classe con un orario di 27 ore settimanali.

L’unica possibilità era aderire al tempo pieno: i bimbi stanno a scuola fino alle 16.05.

Quando ho lasciato il lavoro e ho pensato di dedicarmi alla famiglia, avevo immaginato lunghi pomeriggi a fare i compiti, magari seguiti da un gelato come premio.

Avrei potuto cambiare scuola è vero, ma la privata vicino casa sarebbe stata fuori budget, la pubblica con mezza giornata troppo lontana.

Portare T. a scuola e andarlo a prendere alle 13 avrebbe significato negare a G. la possibilità di frequentare l’asilo e a F. la tranquillità di godersi qualche ora al parco, come, prima di lui, è stato per i suoi fratelli.

La scelta quindi è stata obbligata. Il modello educativo è stato imposto.

La scuola, che vanta tra i suoi punti di forza l’ “inclusività”, quindi l’accoglienza verso tutti (bimbi con allergie, bimbi di diverse religioni, bimbi con problemi di apprendimento) non ha incluso chi, come me, avrebbe voluto che l’istruzione si fermasse prima di pranzo e lasciasse spazio alla famiglia, alla casa, ai giochi tra fratelli.

Ad onor del vero devo specificare che su una cinquantina di iscrizioni solamente sette famiglie avevano richiesto le ormai cancellate “27 ore”, impossibile formare una classe con soli sette alunni. Il Provveditorato ha risposto con fastidio alle mie richieste, il Preside non ha trovato il tempo di concedermi un colloquio. Ho perso la battaglia, chiaramente non ho perso la guerra.

Passeggiate, giochi tra fratelli, letture e disegni slittano semplicemente di orario e, tutto sommato, a T. farà bene condividere otto ore con compagni e maestre; a G. e F. farà bene avere attenzioni diviso due invece che diviso tre; a me farà bene fidarmi e affidare il mio “capitale sociale” al prossimo per qualche ora in più.

La deriva “volpe e uva” è scontata, ma farò del mio meglio per trarre solo il buono, risolvere i problemi, fronteggiare le difficoltà. Uno spazietto tra tutti gli “inclusi” riuscirò a ritagliarmelo?

Qui l’originale

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