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Discorso contro la felicità

© SHUTTERSTOCK

Enrique Anrubia - Aleteia - pubblicato il 10/10/14

In questa “scoperta”, alcuni ferventi credenti in Dio assomigliano ad alcuni ferventi credenti della “grande cultura del benessere e della felicità”. Sembrano avere la ricetta o la teoria per poter vivere felici. Il caso più significativo è il discorso di un certo tipo di psicologia e l’autoaiuto. La sociologa Eva Illouz si è incaricata di mostrare che il discorso psicologico è diventato famoso a livello mondiale negli anni Cinquanta grazie alle riviste femminili statunitensi. Lasciatemelo dire in modo giocoso: se si legge una rivista femminile attuale, il 50% della rivista è dedicato a dire al lettore o alla lettrice che deve essere se stesso e sentirsi bene con sé, e l’altro 50% a come deve farlo. Se fai questo o quello sarai felice, se senti questo o quell’altro sarai felice, se ti vesti in questo modo, se la pensi così, se mangi così… Scegli, scegli tu, sii te stesso, ma all’interno delle opzioni che ti diamo.

Volete per favore smettere di dirci come ci dobbiamo sentire, pensare e tutto il resto? Smettete di dirci in cosa dobbiamo sbagliarci e in cosa no. Io non sono felice, non voglio essere felice e non ho il minimo interesse ad esserlo per come dipingono le cose. Ciò che voglio o non voglio, ciò che tu vuoi o non vuoi, lo lasciamo a noi stessi e a quanti vivono con noi il nostro quotidiano. Mi sembra che sia un senso molto cristiano della libertà: fai ciò che puoi, ciò che desideri nella misura in cui puoi, e in ciò che vuoi non volere il male di te stesso o di altri, ovvero esiste la misericordia di Dio. Il mondo non sarebbe migliore se la gente facesse questo, e una persona non sarebbe più felice; si sarebbe semplicemente più liberi, più responsabili delle proprie azioni e più consapevoli di se stessi e di coloro che si amano e per i quali ci si preoccupa.

Fai questo e sarai felice. Come te, come un cristiano qualunque o come qualsiasi ateo (che in fondo ancora non sa che vede i comandamenti come la cosa eticamente migliore), io cerco di non mentire, non rubare, non danneggiare, aiutare i miei genitori, non essere infedele… ma fare queste cose non mi porta ad essere felice. Non è una ricetta, perché la vita non ha ricette previe da poter vivere, e anche se le avesse (la tradizione, i costumi, i consigli), una persona sa che ogni situazione nella sua vita è personale e contingente: ciò che mi ha fatto o ti ha fatto bene in quel momento ora potrebbe non farlo e viceversa. Con altri aggettivi e altri riferimenti, accade lo stesso con i discorsi e i libri di autoaiuto: pensa questo, dì quello, se senti questo devi sapere quest’altro. Posso concedere (e lo concedo) che offrano una buona analisi di ciò che facciamo, ma da lì ad essere il passo verso la felicità…

E se, in una fantastica temerarietà contro il mondo e la cultura dominante, dicessimo “la gente in realtà non vorrebbe essere felice?” Perché quello che una persona vede è gente che dice di volerlo essere, e che sembra anche esserlo, e che non smette di andare contro se stessa, di fare danno (in modo consapevole e inconsapevole). E se in fondo la vera domanda dell’essere umano non fosse la felicità ma un’altra cosa? Di primo acchito bisogna avere sociologicamente e individualmente un certo valore (anche se non mi è chiaro di quale tipo) per poter dire “Non sono felice, e non ho molto interesse né voglio spendere molte energie della mia vita per esserlo”.

Il tema ancora non è esaurito, e in seguito continuerò a trattarlo, ma se ciò che io voglio è la felicità dell’altro? E se in realtà non avessi neanche questo potere? E se la felicità fosse un regalo misterioso – cristianamente chiamato “grazia”: gratis e regalo – e non un desiderio o un’esigenza nostra, e men che meno un obiettivo? Lo dico sinceramente: sono domande a caso, non ho risposte, ma la cultura in cui viviamo (cristiana e atea allo stesso tempo) non smette di bombardarci con il discorso del “desiderio di felicità” fino alla nausea.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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