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Il patriarca dei caldei: «Sradicare il jihadismo fin dai primi germogli»

© AFP PHOTO/HAIDAR HAMDANI

IRAQ, NAJAF : The Patriarch of the Iraq-based Chaldean Church, Archbishop Louis Sako, gestures as he speaks to the press following his visit with Iraq's top Shiite Muslim cleric Grand Ayatollah Ali al-Sistani in the central shrine city of Najaf on August 9, 2014. AFP PHOTO/HAIDAR HAMDANI

Fondazione Oasis - pubblicato il 09/10/14

Durante il sinodo sulla famiglia è stato dato l’annuncio che, per volontà di Papa Francesco, il concistoro già previsto per il 20 ottobre sarà dedicato al Medio Oriente.

Che si ascolti la verità della tragedia che vivono i cristiani in Medio Oriente e si comprenda insieme cosa ciascuno può fare nel suo Paese per aiutarli: è questo che S.B. Louis Sako, patriarca di Babilonia dei Caldei, si attende dal prossimo Concistoro del 20 ottobre che, già in programma per alcune canonizzazioni, per desiderio di Papa Francesco diventerà occasione di confronto sulla grave crisi mediorientale.

«Per noi è una grande opportunità: un segno della responsabilità che la Chiesa riconosce di avere, responsabilità di conoscenza e di azione in aiuto di chi soffre. C’è chi dice che questa guerra durerà tre anni, chi dice dieci. Il fatto è che ora arriva l’inverno e bisogna aiutare i ragazzi ad andare a scuola, sostenere le famiglie dei profughi che son rimaste senza casa, senza riscaldamento. Sono 120.000 i profughi iracheni. 120.000 persone che stanno pagando il prezzo di una violenza senza alcuna giustificazione, compiuta in nome di Dio a parole, in realtà per interessi economici».

La sua richiesta di intervento della scorsa estate ha sortito qualche effetto. Gli Stati Uniti e gli alleati stanno bombardando Isis in Iraq. Come giudica questa azione?
«L’unica via di uscita è il dialogo, l’accordo tra chi esercita il potere, trai vari gruppi. Le bombe dal cielo certo frenano un po’ Isis, ma aggravano anche la situazione del Paese perché distruggono case e infrastrutture, uccidono civili inermi. Ci vorrebbe un intervento sul terreno che nasca da una collaborazione con il governo locale, con i curdi. Solo una coalizione di questo tipo può liberare i villaggi dai jihadisti. Inoltre ci vuole una strategia a lungo termine che distrugga l’ideologia malata che sorregge l’azione dei violenti. Essa è un pericolo per tutto il mondo, non solo per il Medio Oriente. Anzi forse di più per l’Occidente che non conosce il linguaggio e le modalità di azione islamiche. Isis uccide tutto ciò che ritiene non sia in regola con la sua idea di Islam. È fuori dal tempo».

Ma i cardinali cosa possono fare dopo avervi ascoltato?
«Già una presa di coscienza da parte di tutti i cardinali della realtà della tragedia in corso sarebbe un buon traguardo. Ma c’è di più: i cardinali e tutti i partecipanti potranno a loro volta diffondere appelli ed esercitare una certa pressione sui loro governi perché agiscano per aiutare e liberare i cristiani».

In molti scelgono la fuga all’estero. Si può arginare questa emorragia? 
«Certo la fuga all’estero è una soluzione, parziale ma è una soluzione. Per l’Occidente è anche facile accogliere cento o mille profughi. Il punto è come aiutare quelli che vogliono rimanere in patria. Tutti parlano di democrazia, di riforme, di cambiamento. Ma prima di tutto ci vuole un’educazione nuova, che sradichi fin dai suoi primi germogli la mentalità del jihadista. Solo così, con una nuova educazione portata avanti dalle famiglie musulmane sulle nuove generazioni, si può pensare a un futuro per i cristiani qui. E anche a un futuro sicuro per voi in Occidente. Forse è qui che i jihadisti sono più pericolosi. Perché l’islamizzazione radicale è il loro obiettivo e voi in Occidente non li conoscete, non sapete cosa intendono dire quando parlano. Ci vuole una nuova educazione delle giovani generazioni, che nasce da una costante conoscenza reciproca, fattore indispensabile». 

Qui l’originale

Tags:
cristiani perseguitati in iraqfondamentalismo
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