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Figli sani con la diagnosi preimpianto: è giusto?

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Toscana Oggi - pubblicato il 09/10/14

Scelte di questo tipo non aprono strade pericolose?

Ho sentito la notizia che in Inghilterra nascerà una bambina i cui genitori sono ricorsi alla fecondazione artificiale (nonostante fosse tranquillamente in grado di avere un figlio) per poter selezionare gli embrioni ed essere sicuri che la neonata non rischiasse di avere il tumore al seno, malattia ereditaria nella famiglia del padre. Una scelta presa a fin di bene, e umanamente comprensibile: ogni genitore vorrebbe tenere lontani dai propri figli certi rischi. Ma scelte di questo tipo non aprono strade pericolose? E chi dirà agli scenziati quali richieste si possono accettare, e quali invece no? Vorrei sapere cosa dice la Chiesa, e quali limiti etici devono avere interventi di questo tipo.
Katia Ricci

Risponde padre Maurizio Faggioni, docente di Teologia morale

La lettrice propone alcune domande di grande rilievo suscitate da un recente fatto di cronaca. Alla fine del mese di giugno si è saputo che una coppia inglese, senza problemi di fertilità, è ricorsa alla fecondazione assistita extracorporea, cioè con concepimento degli embrioni fuori del corpo della madre, per poter scegliere gli embrioni sani e scartare quelli malati. Il marito, infatti, proviene da una famiglia nella quale è presente un gene –  il Brca-1 – che aumenta la probabilità di sviluppare un cancro del seno dal 50 all’85% e che, insieme al gene Brca-2,  è responsabile di circa il 4% dei tumori al seno in Gran Bretagna. Nella famiglia dell’uomo si sono manifestati tumori al seno nella nonna, nella mamma, nella sorella e in una cugina e lui stesso si era rivelato positivo per il gene incriminato. La coppia si è allora, rivolta all’University College Hospital di Londra per procedere alla procreazione artificiale. Sono stati formati undici embrioni e sono stati sottoposti a una diagnosi genetica preimpianto: cinque sono risultati senza il gene Brca-1, mentre altri sei sono stati scartati. Dei cinque sani, due sono stati trasferiti in utero della madre e tre sono stati congelati per eventuali nuove gravidanze. La donna, che ha 27 anni, è ora alla 15ª settimana di gravidanza.

Come giustamente osserva la nostra lettrice, il desiderio dei genitori di avere figli sani è legittimo e va rispettato e la medicina deve mettere al servizio delle coppie tutte le sue risorse per garantire la tutela della salute dei loro figli. Purtroppo siamo oggi in una situazione di grave divario tra la possibilità di diagnosticare una malattia genetica e la possibilità di curarla efficacemente. Nella grande maggioranza dei casi, come quello in esame, l’unica via oggi praticabile per evitare la nascita di un bimbo con una certa malattia o con una marcata predisposizione a sviluppare una certa malattia consiste nella soppressione dell’embrione portatore di un gene patologico.

Come nel caso dell’aborto procurato dopo diagnosi prenatale positiva per malattie genetiche o cromosomiche (es. sindrome di Down), anche per la coppia inglese la soppressione degli embrioni è stata motivata solo dal fatto che erano difettosi. Si parla, a questo proposito, di scelte eugenetiche, ricordando le teorie eugenetiche in voga all’inizio del XX secolo ed esasperate, infine, nelle leggi naziste che prescrivevano la soppressione dei soggetti handicappati o dei malati mentali.

Nessuno, ovviamente, pensa che una coppia che si sottopone allo stress di una procreazione assistita sia una coppia superficiale, né si può equiparare il desiderio di avere una figlia libera dall’incubo di un tumore al capriccio di chi vuole selezionare un figlio con un certo colore degli occhi o dei capelli. Sono anzi convinto che, nella coscienza di quella coppia, la soppressione di un embrione difettoso sia stata ritenuta una scelta infelice. Eppure la scelta di sopprimere gli embrioni difettosi è stata ritenuta preferibile alla loro sopravvivenza in condizioni di bassa qualità di vita. Qui sta uno dei nodi etici della questione: se riteniamo, cioè, che il valore di una vita umana dipende dalla sua qualità o non piuttosto – come insegna la morale cattolica – dal solo fatto di essere la vita di un essere umano. Anche le vite di bassa qualità e ineluttabilmente «perdenti» nella competizione dell’esistenza hanno diritto ad essere tutelate.

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bioeticafecondazione assistita
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