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Un mondo nel cuore: il futuro della psichiatria

Sophie Louise
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In un convegno medici ed esperti metteranno in comune i percorsi con cui la psichiatria va incontro alla persona

“Tu prova ad avere un mondo nel cuore, e non riesci ad esprimerlo con le parole”, cantava Fabrizio de André. La follia è uno degli aspetti di quell’emarginazione che lui ha raccontato in mille modi, e sicuramente non uno dei meno pesanti per chi la subisce. Ed è proprio l’emarginazione e i modi per evitarla uno dei temi al centro dell’incontro “Ritorno al futuro: la persona al centro della psichiatria”, che si svolgerà venerdì prossimo, 10 ottobre, a Milano presso la Fonderia Napoleonica (Via Thaon di Revel 21). Il convegno servirà a ricordare anche San Benedetto Menni, figura che tra Ottocento e Novecento si dedicò con impegno e con tecniche innovative alle cure ospedaliere di pazienti psichiatrici. Fu lui inoltre a fondare la Congregazione delle Suore Ospitaliere, che si è occupata di organizzare questo convegno in collaborazione con la Provincia Lombardo –Veneta dei Fatebenefratelli. Entrambi gli ordini sono ancora in prima fila nella cura delle patologie mentali. Aleteia ha chiesto alcune anticipazioni sui temi che verranno trattati al dott. Giuseppe Rossi, responsabile dell'Unità Operativa di Psichiatria presso il Centro San Giovanni di Dio dei Fatebenefratelli di Brescia.

La persona non è sempre stata al centro della psichiatria?

Rossi: Il rapporto tra psichiatria e persona è sempre stato un po’ controverso. In realtà quest'ultima non è sempre stata al centro della prima. Alle origini della psichiatria i malati venivano chiamati “alienati”, termine che dal punto di vista etimologico voleva dire “non appartenente ai nostri”, neanche alla comunità degli uomini; era un po’ come se persona e malato fossero due cose diverse. Bisogna pensare ai movimento per i diritti civili degli anni Sessanta e Settanta, culminati con la riforma Basaglia – Basaglia era colui che sosteneva si dovesse andare al di là dell’etichetta di “malato”, che ci portava a vedere solo la parte malata e a dimenticare la persona con tutto quello che ha di positivo – perché non si parlasse più di alienato, folle, matto, ma di una persona affetta da una qualche patologia. Dopo Basaglia, quindi con il superamento dei manicomi, tutto il movimento della riabilitazione psicosociale ha veramente messo la persona al centro di tutti gli interventi psichiatrici.

E come è la situazione oggi?

Rossi: Ora io vedo un altro rischio. Grazie agli strumenti tecnici di ricerca e di indagine – pensiamo al neuroimaging, alla genetica, alla proteomica – siamo in grado di fare degli studi approfonditi che ci permettono una comprensione dei meccanismi biologici finora inedita. C’è un grande entusiasmo in questo, ma il rischio che io vedo è che c’è un movimento di pensiero che tende ad identificare in maniera esclusiva la mente col cervello. Ad esempio, la neuro-filosofa canadese-americana Patricia Churchland sostiene che “non esiste un’anima che si innamora”: per lei e per altri è il cervello, come organo fisico, che si innamora. Non sono più “io” che mi innamoro. Questa tendenza mette di nuovo in ombra la persona. C’è il rischio di un riduzionismo, per cui ciascuno di noi viene ridotto alle sue singole parti. Così ognuno di noi potrebbe di nuovo essere portato a perdere di vista la persona nel suo insieme. È il vecchio modello biomedico a cui io contrappongo il modello bio-psico-sociale che credo sia sempre valido. La salute dell’uomo deriva, secondo me, da una serie di variabili che sono di ordine biologico, ecologico, antropologico, sociale e religioso. Anche rispetto ai bisogni spirituali e religiosi c’è un filone di indagini molto attivo.

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