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Un mondo nel cuore: il futuro della psichiatria

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Sophie Louise

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 07/10/14

In un convegno medici ed esperti metteranno in comune i percorsi con cui la psichiatria va incontro alla persona

“Tu prova ad avere un mondo nel cuore, e non riesci ad esprimerlo con le parole”, cantava Fabrizio de André. La follia è uno degli aspetti di quell’emarginazione che lui ha raccontato in mille modi, e sicuramente non uno dei meno pesanti per chi la subisce. Ed è proprio l’emarginazione e i modi per evitarla uno dei temi al centro dell’incontro “Ritorno al futuro: la persona al centro della psichiatria”, che si svolgerà venerdì prossimo, 10 ottobre, a Milano presso la Fonderia Napoleonica (Via Thaon di Revel 21). Il convegno servirà a ricordare anche San Benedetto Menni, figura che tra Ottocento e Novecento si dedicò con impegno e con tecniche innovative alle cure ospedaliere di pazienti psichiatrici. Fu lui inoltre a fondare la Congregazione delle Suore Ospitaliere, che si è occupata di organizzare questo convegno in collaborazione con la Provincia Lombardo –Veneta dei Fatebenefratelli. Entrambi gli ordini sono ancora in prima fila nella cura delle patologie mentali. Aleteia ha chiesto alcune anticipazioni sui temi che verranno trattati al dott. Giuseppe Rossi, responsabile dell'Unità Operativa di Psichiatria presso il Centro San Giovanni di Dio dei Fatebenefratelli di Brescia.

La persona non è sempre stata al centro della psichiatria?

Rossi: Il rapporto tra psichiatria e persona è sempre stato un po’ controverso. In realtà quest'ultima non è sempre stata al centro della prima. Alle origini della psichiatria i malati venivano chiamati “alienati”, termine che dal punto di vista etimologico voleva dire “non appartenente ai nostri”, neanche alla comunità degli uomini; era un po’ come se persona e malato fossero due cose diverse. Bisogna pensare ai movimento per i diritti civili degli anni Sessanta e Settanta, culminati con la riforma Basaglia – Basaglia era colui che sosteneva si dovesse andare al di là dell’etichetta di “malato”, che ci portava a vedere solo la parte malata e a dimenticare la persona con tutto quello che ha di positivo – perché non si parlasse più di alienato, folle, matto, ma di una persona affetta da una qualche patologia. Dopo Basaglia, quindi con il superamento dei manicomi, tutto il movimento della riabilitazione psicosociale ha veramente messo la persona al centro di tutti gli interventi psichiatrici.

E come è la situazione oggi?

Rossi: Ora io vedo un altro rischio. Grazie agli strumenti tecnici di ricerca e di indagine – pensiamo al neuroimaging, alla genetica, alla proteomica – siamo in grado di fare degli studi approfonditi che ci permettono una comprensione dei meccanismi biologici finora inedita. C’è un grande entusiasmo in questo, ma il rischio che io vedo è che c’è un movimento di pensiero che tende ad identificare in maniera esclusiva la mente col cervello. Ad esempio, la neuro-filosofa canadese-americana Patricia Churchland sostiene che “non esiste un’anima che si innamora”: per lei e per altri è il cervello, come organo fisico, che si innamora. Non sono più “io” che mi innamoro. Questa tendenza mette di nuovo in ombra la persona. C’è il rischio di un riduzionismo, per cui ciascuno di noi viene ridotto alle sue singole parti. Così ognuno di noi potrebbe di nuovo essere portato a perdere di vista la persona nel suo insieme. È il vecchio modello biomedico a cui io contrappongo il modello bio-psico-sociale che credo sia sempre valido. La salute dell’uomo deriva, secondo me, da una serie di variabili che sono di ordine biologico, ecologico, antropologico, sociale e religioso. Anche rispetto ai bisogni spirituali e religiosi c’è un filone di indagini molto attivo.

Com’è il rapporto tra religione e psichiatria?

Rossi: Un tempo il rapporto era di tipo negativo. Pensiamo a Freud e a gran parte della scienza che è sempre stata atea: non piaceva, nel caso della religione, che si ponesse l’accento sul peccato, su aspetti negativi rispetto al benessere psicologico. Oggi invece ci sono studi in cui si parla di un utilizzo positivo di questa dimensione della speranza, della fede intesa come fiducia che ha un impatto positivo sulla capacità della persona di affrontare le sofferenze della sua malattia, di mantenere questa speranza e di avere una resilienza rispetto al riprendersi dalla malattia. In un nostro studio abbiamo dimostrato con metodo scientifico questa correlazione positiva, chiarendo come i valori religiosi possano fornire un valore aggiunto. Io cito spesso San Tommaso d’Aquino in una sua sentenza sul De Anima di Aristotele, nel lontano 1270, dove ribadisce: “mi sembra che l’atto d’intendere appartenga nel modo più proprio all’anima”. Egli sostiene quindi che l’anima ha bisogno del corpo, ma anche che il corpo ha bisogno di quest’anima.

C’è ancora diffidenza nella nostra epoca, di per sé malata in molti aspetti, verso la malattia mentale?

Rossi: Certo, le dirò di più. Noi siamo impegnati, sia nella ricerca che come intervento concreto, in un’attività contro lo stigma e la discriminazione legati alla malattia mentale. Tutto questo ha a che fare con quegli stereotipi legati alla malattia mentale, di persone viste come pericolose, possibili portatrici di pubblico scandalo, come fonte di curiosità, come esseri umani non produttivi. Questa situazione di per sé è una seconda malattia, perché queste persone anche se attraversano percorsi di riabilitazione poi vanno a scontrarsi con una realtà ancora molto ostile, fanno fatica a trovare lavoro o alloggio per il semplice fatto di avere una storia psichiatrica. Questo è il risultato sicuramente di stereotipi culturali che sono stati tramandati nel tempo, ma anche di un’ignoranza. In altri studi abbiamo utilizzato degli incontri “meet the expert” – cioè incontra l’esperto che ti dà spiegazioni sulla malattia – e incontri con persone che hanno un disturbo psichiatrico con i loro familiari. Quello che abbiamo potuto riscontrare è che il “meet the expert” cambia le conoscenze ma non gli atteggiamenti, mentre l’incontro con la realtà di chi è portatore di questa sofferenza di solito riesce ad avere un maggiore impatto. Anche gli atteggiamenti diventano più positivi, perché di solito si ha la possibilità di accorgersi che ci sono persone che portano in loro una grande ricchezza. Noi abbiamo utilizzato anche l’espressione artistica, che mostra che il valore riabilitativo non è solo recupero delle abilità ma è anche capacità di rientrare in alcuni ambienti sociali. Ciò ha creato grande stupore nel pubblico, perché ha mostrato immagini positive, di valore, che hanno scardinato i loro stereotipi.

Chi era San Benedetto Menni?

Rossi: Al secolo era Angelo Ercole, e mai come in questo caso “nomen omen”: era un “angelo” perché ha portato avanti l’attenzione ai bisogni della persona e non solo ai bisogni del malato. Al tempo stesso, Ercole, perché si è fatto carico dei pazienti e con una grandissima audacia – erano tempi difficili sia dal punto di vista dell’atteggiamento verso la malattia mentale e nei confronti della Chiesa – e solo con la forza della sua fede è andato a stabilire l’Ordine in Spagna. Mi ha sempre colpito la sua audacia che, in momenti storici come questo, in cui c’è la tendenza a ripiegare su posizioni più difensive, è un bel modello.

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