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Zamagni: la famiglia è fattore di sviluppo fondamentale

Ermolaev Alexander

Anna Pelleri - Aleteia - pubblicato il 06/10/14

E' necessario sostenere la famiglia con politiche di armonizzazione famiglia-lavoro

Sempre più spesso sentiamo parlare della crisi economica come causa della crisi della famiglia. Di certo il fattore economico e la mancanza di lavoro incide sulla decisione di fare famiglia, ma è un problema appena economico?

Lo abbiamo chiesto al Prof. Stefano Zamagni, economista, docente presso l’Univeristà di Bologna.

Che cos’è la famiglia da un punto di vista economico?

Zamagni: Che la famiglia svolga da sempre un ruolo di natura economica è cosa nota. Ciò che forse è meno noto è il contributo specifico della famiglia che, come istituzione sociale, dà dal punto di vista economico. E’ il primo generatore di capitale sociale, il primo determinante di capitale umano, ed è generatore di capitale relazionale. In aggiunta ci sono funzioni specifiche, ossia è un ammortizzatore sociale. Abbiamo molti dati statistici che mostrano come, dove la famiglia regge e funziona, la distribuzione del reddito è migliore e i livelli di povertà sono minori. Ciò significa che la famiglia realizza una redistribuzione che consente alle tre generazioni (nonni, genitori, figli) di gestire anche il poco che c’è. Quando la famiglia cessa di svolgere la propria funzione, ad esempio nelle forme della separazione e divorzio, ciò ha ricadute economiche pesanti. La rottura del vincolo famigliare è causa di entrata nella povertà di soggetti che prima non erano compresi.

Parlava di famiglia come ammortizzatore sociale, ma non viene suporta da politiche pubbliche adeguate…

Zamagni: Questo è vero per l’Italia e non altrove. In Italia, a fronte di una famiglia che genera capitale sociale, umano e relaizonale – quindi è fattore di sviluppo – non c’è alcun riconoscimento sul piano fiscale né delle politiche a favore di tale nucleo famigliare. Mentre paesi come la Francia hanno introdotto il quozionte famigliare addirittura nel 1945 – istituto che consente alle famiglie numerose di pagare meno tasse in proporzione a quelle meno numerose – in Italia avviene il contrario: chi ha più figli, a parità di reddito, paga di più di chi ne ha meno. Questo di certo incide sul tasso di natalità. Ma soprattuto non si fa nulla per consentire la compatibilizzazione, che io preferisco chiamare armonizzazione, dei tempi famigliari e dei tempi lavorativi. Questa  è la forma più subdola di discriminazione contro le donne. Molti dicono che si battono per le cosiddette pari opportunità, ma sono spesso discorsi falsi perché, come una recente ricerca dell’UE dimostra, la maggioranza delle donne desidera avere figli, ma al tempo stesso non accetta di rinunciare a realizzarsi sui luoghi di lavoro. Se obblighiamo le donne a scegliere tra lavoro e famiglia commettiamo una grave ingiustizia. Questo vorrebbe dire rendere possiibile l’armonizzaizone. Non si parla solo dei casi eclatanti delle dimissioni in bianco, ma in generale vediamo che fino agli anni 20 non c’è discriminazione su questo aspetto, ma dopo si perché la donna inizia a lavorare e d’altra parte non le viene concessa l’armonizzazione. 

Si parla spesso di crisi della famiglia, legandola alla crisi economica, come afferma anche l’ultimo dato del CENSIS sul crollo delle nascite. E’ solo un problema economico?

Zamagni: Tutti buttano la croce sulla crisi che però è cominciata qualche anno fa, mentre la decrescita del tasso di natalità è cominciata 20 anni fa. Quindi la crisi economica non è la causa, ma al massimo ha amplificato qualcosa che già accadeva. L’incapacità di rendere armonici i due tipi di profili (madre-lavoratrice) e obbligare le donne a una scelta tragica che non viene chiesta agli uomini è all’origine della crisi di cui si parla oggi rispetto alla famiglia. Una scelta si dice tragica quando si obbliga un soggetto a scegliere tra due obiettivi entrambi dotati di valore (lavoro e famiglia in questo caso). Come si fa a definire civile una socità nella quale il 51 % della popolazione (le donne) è contretto a tale scelta tragica? In Svezia ad esempio il tasso di natalità è 2,4 e la partecipazione al lavoro è altissima. Non è vero quindi che c’è solo la possibilità di scegliere uno o l’altra. Famiglia e lavoro non sono antagonisti, ma bisogna far politiche serie di armonizzaizone e non di conciliazione, perché queste ultime vogliono dire che le famiglie devono adattarsi al processo lavorativo e il risultato è quello descritto. E’ il mondo produttivo che deve cambiare per rendere possibile questa armonizzaizone.

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famigliasinodo famiglia

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