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Gli scherzi dell'ego ateo

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Jim Schroeder - Aleteia - pubblicato il 06/10/14

Non credere in Dio si basa su fragili supposizioni

Qualche tempo fa, ho letto due libri che erano in cima alla lista dei suggerimenti di Amazon nel segmento della psicologia: “The Ego Trick”, del dottor Julian Baggini, e “The Belief Instinct”, del dottor Jesse Bering.

Dopo aver letto le due opere, ho scritto agli autori sperando di avviare una discussione su vari argomenti che avevano trattato. Ho ricevuto solo una breve risposta dal dottor Baggini e nessuna dal dottor Bering.

I libri si avvalevano di una buona ricerca ed erano stimolanti; proponevano eccellenti prospettive ed elementi di discussione su come funziona il nostro cervello, soprattutto per quanto riguarda le idee sull’“io” e la “teoria della mente”. Entrambi sono stati scritti da autoproclamati atei, ed entrambi hanno una mancanza fondamentale: in mezzo all’entusiasmo degli autori nel promuovere la teoria psicologica, i testi sono diventati tentativi di fornire prove contro l’esistenza di Dio e delle nostre anime immateriali. Una fine un po’ deludente per un insieme di ipotesi che promettevano, in modo significativo, di aumentare la nostra comprensione dell’umanità.

Lavoro in un settore in cui molti professionisti condividono le convinzioni atee, o almeno agnostiche, di questi autori. I loro punti di vista sono espressi in vari modi. Nel frattempo, quanto più leggo e comprendo la prospettiva degli atei, più percepisco la reiterata presenza di tre temi alla base di quasi tutte le loro dichiarazioni di mancanza di fede. Semplificando, gli atei pensano che credere in Dio non è 1) logico o comprensibile, 2) scientificamente verificabile né 3) emotivamente ragionevole. Chi nega l’esistenza del divino, in generale, torna costantemente a questi tre “argomenti”.

Quando una questione spirituale non rientra in uno di questi criteri, l’ateo presuppone che Dio non possa esistere. Ciò implica, evidentemente, che Dio debba essere spiegabile – una visione in diretta opposizione ai punti di vista del cristianesimo e di altre religioni, che sostengono che molti misteri, come la Trinità, esistono al di là della nostra comprensione. Nella nostra cultura attuale, nella quale il narcisismo va a briglia sciolta, sembra però che l’idea del “mistero” sia inaccettabile, e quindi non plausibile. Alcuni atei dicono che la sofferenza degli innocenti è una prova del fatto che Dio non esiste. L’errore è comprensibile, soprattutto se consideriamo la sofferenza di bambini che vivono in condizioni disumane.

Altri affermano che la scoperta scientifica dei meccanismi neuronali responsabili di esperienze simili alla fede prova che Dio è un’invenzione della nostra immaginazione. Le nuove scoperte scientifiche sono intriganti, ma quando questioni ancora aperte vengono assunte come premesse definitive nel raziocinio ateo, dobbiamo chiederci se non ci siano ego che entrano in scena.

La psicologia ha qualcosa da dire sui tre presupposti dell’ateismo. Per quanto riguarda l’idea per la quale Dio non sarebbe logico né comprensibile, possiamo citare il ben noto principio dell’illusione del controllo. A tutti noi piace constatare che il nostro oggetto è prevedibile e controllabile. Questo, però, spesso non è vero, soprattutto nel caso di realtà troppo complesse e vaste. Quando gli atei tentano di ridurre l’esistenza divina a premesse parziali assolutizzate, cedono all’illusione che la nostra logica controlli tutto.

Quanto alla “non validazione” scientifica di Dio, ancora una volta scopriamo che entrano in gioco le nostre realtà psicologiche. Il pregiudizio della conferma ci convince che le nostre opinioni sono il risultato di anni di ricerca e di osservazione. In realtà, montagne di ricerche psicologiche indicano anche altre possibilità. Le nostre opinioni sono spesso il risultato dell’attenzione che prestiamo a ciò in cui crediamo e del disprezzo con cui ignoriamo le informazioni che sfidano le nostre convinzioni attuali. Quando idee scientifiche come l’evoluzione e la teoria della mente sono usate come “prove” dell’inesistenza di Dio, questo sembra voler confermare le nostre tendenze a guardare ciò che “sappiamo” e ciò in cui “crediamo”, anziché provocare un’apertura maggiore a quello che non riusciamo a provare scientificamente. Quando poi si tratta della difficoltà comprensibile di conciliare un Dio benevolo con l’angoscia emotiva, la sofferenza e l’orrore, la psicologia offre nuovamente un punto di vista unico. Nel mondo della terapia cognitivo-comportamentale, che si concentra sulla riduzione delle convinzioni irrazionali (distorsioni cognitive), esiste una convinzione con la quale tutti noi lottiamo qualche volta. È il cosiddetto raziocinio emotivo. Si tratta dell’idea per la quale ciò che io provo deve essere vero. Se mi sento stupido, devo essere stupido. Se mi sento solo, devo essere solo. Se sento che Dio non esiste, allora non deve esistere. È interessante come molti dei nostri più grandi santi abbiano sofferto questo senso di dubbio e desolazione in un certo momento della loro vita.

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Tags:
ateismobig bangpsicologia
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