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Janis Joplin: il blues delle donne perdenti

© Public Domain
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Nelle sue canzoni cantava e pregava appoggiandosi al Signore nelle proprie sconfitte

“Ti sento che parli del mio dolore, ma tu non conosci la mia pena. Tu sai che c’è una specie di intimo dolore. Signore, che fa sempre cantare il blues alle donne…”. È un verso di Ego Rock, espressione di un pensiero più volte sviscerato dall’icona rock Janis Joplin durante la sua carriera discografia. Celebre per il suo impegno politico a difesa dell’uguaglianza fra bianchi e neri; la Janis ha mostrato interesse soprattutto per la sofferta condizione della donna, e in fondo di se stessa.
 

Il libro “Mistica della femminilità” scritto nel 1963 da Betty Friedan ridefiniva il ruolo della donna in ambito sociale, economico e politico. Janis Joplin, con una capacità vocale e interpretativa straordinaria, diede forma e sostanza al dolore di ogni femmina americana. In qualche modo, i suoi dischi sono conseguenze del patriarcato, considerato un sistema oppressivo contro le donne. Quattro album (dal ’67 al ’71) segnati dal vocativo “Oh Signore”, un uso copioso della declinazione del nome di Dio che avvicinò il blues della Joplin ai generi “spiritual” e “gospel”. Lei cantava e pregava per la liberazione della donna dalla schiavitù degli uomini.

La solitudine e l’abbandono sono il lietmotiv della sua pur breve discografia. Emozioni vivisezionate, passate al microscopio e considerate più volte. La sua voce graffia con parole piene di mestizia, mentre stringe tra le mani un bouquet di spine, quello che ogni donna ha ricevuto in cambio da un America misogina e sessuofobica per finta.
In Women Is Losers, inclusa nell’album omonimo dei Big Brother and the Holding Company (band in cui appare per la prima volta Janis come vocalist) canta il potere mascolino che sempre trionfa sul sesso più debole: Donne, quindi perdenti. So che l’hai sentito e risentito. Ma ovunque sembra che gli uomini finiscano sempre in cima. Ti parlano, ti corteggiano, vengono a fischiarti alla porta di casa. Ma io dico che in realtà ti feriscono, ti abbandonano. Ti mollano mentre li implori.

L’umiliazione che devasta una donna dopo una sconfitta, la sottomissione alla signoria di un uomo pur di sentirsi amata e nel modo peggiore, incalzano in A Woman Left LonelyUna donna abbandonata è la vittima del suo uomo.
In Turtle Blues invoca Dio in un momento di debolezza: Signore… credo di essere come una tartaruga nascosta sotto la sua corazza. Janis beve il calice amaro della disillusione e comincia, come una partigiana, una debole battaglia per l’autodeterminazione del gentil sesso: Dimmi pure che valgo poco, o che sono cattiva. Mi hanno detto cose peggiori. Ma io avrò molta cura di Janis. E nessuno mi farà mai del male. Chiaro?!. Pronuncia un’invettiva contro i nemici maschi, vuole togliere il potere decisionale agli uomini. Attacca per difendersi, un modo maldestro di nascondere la sua vulnerabilità.

Ma in che modo Janis Joplin ha sostenuto e creduto veramente nella lotta femminista? Dai testi traspare un temperamento sì battagliero, ma di fatto sfiduciato e pessimista: non ci sono soluzioni al problema, nessun riferimento antropologico culturale nella sua protesta. Ha mostrato compassione per le donne, partecipato ai loro tormenti verbalizzandoli istintivamente, non rendendoli meno sgradevoli.

Le parole affilate come doppie lame e il modo di cantarle rievocano ancora oggi il dramma generato da un rapporto non alla pari con l’altro sesso.

Donne ingannate e poi abbandonate, agnelli in mezzo ai lupi, involucri rivestiti di carne, come in Sunday Mornin’ Comin’ Down (cover del folksinger Kris Kristofferson): Sul marciapiede della domenica mattina… c’è qualcosa che fa sentire solo un corpo. E niente dà l’idea della morte quanto un suono solitario sul marciapiede della città che ancora dorme. 

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