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Economia e teologia, la nuova alleanza

LOUISA GOULIAMAKI

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 03/10/14


Le bolle speculative di cui parlavo prima hanno fatto sì che il valore cumulato dei risparmi andasse verso l’alto, che fosse possibile per la classe media indebitarsi: a fronte di questo “capitale cartaceo” che cresceva, le famiglie povere sono state anche loro via via incluse in questo mondo del debito, e c’è stata questa commistione tra finanza e consumo a debito. Questo è stato il modello anglosassone. Gli altri modelli erano quelli cosiddetti neomercantilisti, che esportavano verso chi era in grado di assorbire le merci.

Questo ha garantito stabilità?
Bellofiore: Questo mondo in apparenza era stabilissimo, però nascondeva sotto il tappeto un’instabilità compressa che poi ne ha mostrato l’insostenibilità. Per la verità quella insostenibilità la si è vista varie volte nel corso degli ultimi 30 anni, però la prima vera crisi è stata quella del 2002, dopo il boom delle azioni sui mercati americani. Poi la grande crisi si è prodotta nel cosiddetto “mercato dei subprime”. La finanza cattiva è stata quella che ha consentito la crescita reale nelle aree che più si espandevano e tutti quanti hanno cercato di imitare il modello statunitense, proprio come ora in Europa si cerca di imitare il modello tedesco per quanto riguarda l’aspetto neomercantilista. Quindi la crisi è iniziata come finanziaria, ma era anche di economia reale. Non era una crisi perché mancava la domanda: la domanda c’era, c’era domanda di consumi. Appena la crisi finanziaria è esplosa, questo consumo a reddito è crollato.

Perché lo chiamano keynesismo privatizzato?
Bellofiore: Perché questo mondo si reggeva su una politica, che però favoriva gli interessi privati. A questo mondo è corrisposto sul terreno della struttura industriale e dei rapporti di lavoro la realtà delle imprese a rete e del lavoro che in alcune fasi è molto precario. Quando questo meccanismo esplode, il problema è: cosa proporre di alternativo? Ora io non sono molto convinto dalla validità delle tesi etiche o di economia di comunione, perché per me il problema è da un lato il capitale, il controllo delle dinamiche capitalistiche, e dall’altro lato il fatto che si debba contrapporre un diverso modello sociale economico. Ritengo che bisogna tornare ad un primato della spesa pubblica, ma questo primato deve essere molto diverso da quello che abbiamo vissuto nella fase keynesiana (1945-1975), perché allora ad essere trainante era la spesa militare e la spesa generica. Oggi noi abbiamo bisogno di qualcosa che assomiglia ad una versione molto riveduta e corretta del “new deal”, cioè dello Stato che deve intervenire molto e direttamente nella composizione della produzione, si potrebbe dire, dei valori d’uso sociali che vengono prodotti; abbiamo bisogno di uno stato che direttamente si faccia carico del problema dell’occupazione; infine, oltre ad una socializzazione degli investimenti e ad una socializzazione del lavoro, ci vuole una socializzazione della finanza. Questo mondo del neoliberismo è stato organizzato sullo smantellamento di tutte le forme di controllo sulle banche sulla finanza. Una nuova proposta non può che proporsi a questo livello. La mia, in fondo, è anche una critica a quelle analisi che concentrano troppo l’attenzione sul problema dell’insufficienza di domanda e della diseguaglianza. Non che io non pensi che questi siano problemi enormi, che l’austerità vada invertita, che la compressione della spesa pubblica vada controbattuta; ma penso che lo Stato debba intervenire in prima persona, e che il mondo deve essere diverso da quello che abbiamo conosciuto. Un mondo che ha bisogno di una risposta “socialista” alla crisi del capitalismo. Ora questo sembra molto complicato oggi; ma pensiamo agli anni Trenta, Keynes cercando delle soluzioni non si limitò a proporre un piccolo cambiamento, ha proposto una rivoluzione del pensiero e della struttura. Non vogliamo chiamarlo socialismo? Chiamiamolo in altro modo, ma c’è bisogno di una politica che intervenga direttamente nell’indirizzare il cosa, il come e il quanto si produce. 

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Tags:
neoliberismoteologia
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