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Noi e le coppie «sbagliate»

© CandyBox Images/SHUTTERSTOCK
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Ben prima della comunione sacramentale, sono convinta che occorra un supplemento di tenerezza, comprensione, amore gratuito

Ci sono isole di dolore che nessuno vuole vedere. Meglio sintonizzarsi sulla diretta delle nozze di George Clooney (saranno animate da un vero sentimento o da interessi reciproci, mi chiedo?) o sui gossip del momento. In cui è finito anche il Sinodo per la famiglia, che partirà il 5 ottobre ed è stato travolto da polemiche ben prima di cominciare.

Ho studiato teologia alla Gregoriana ma non sono una teologa. Però oso dire che il problema della comunione ai divorziati non mi sembra essere quello più urgente. Piuttosto, mi sembra un problema la mancata accoglienza delle comunità ecclesiali verso fratelli e sorelle che soffrono per il fallimento del loro progetto di vita a due, per lo sballottamento dei figli. Oppure che "resistono" in matrimoni ormai di facciata, dove si rimane insieme per convenienza economica o per amore della prole o per mille altri motivi, ma si è estranei l’uno all’altro, l’intimità e l’affetto reciproco restano un ricordo sbiadito e la quotidianità diventa pesante fardello. Ecco, la cifra della misericordia dovrebbe caratterizzare l’approccio con questi fratelli e sorelle feriti dalla vita, che si sentono "sbagliati" o "arrabbiati", "traditi" o "traditori". Beh, spesso non c’è posto per loro. Sono "additati" dai farisaici benpensanti che li vedono partecipare alla Messa, pur senza accostarsi alla comunione sacramentale.

Ho davanti a me volti di persone concrete mentre scrivo. E i racconti di chi fa parte di associazioni (Famiglie separate cristianeSeparati fedeli,RetrouvailleCasa della tenerezza) che cercano di "integrare" coppie separate, divorziate e/o risposate nelle comunità cristiane. Facendo tanta fatica. A volte perché i sacerdoti non sono formati e attrezzati a questo tipo di pastorale. A volte perché le famiglie e i parrocchiani fanno scudo oppure indugiano nell’imbarazzo, nel pressapochismo, come se la realtà di persone divorziate fosse quella di una minoranza assoluta, di un "resto" con cui confrontarsi in maniera residuale, episodica.

Forse ci vuole un supplemento di incarnazione. A parte il fatto che Gesù, incontrando l’adultera che stava per essere lapidata, non la condanna; a parte la parabola del Padre misericordioso; a parte altre pagine evangeliche dal contenuto inequivocabile e cristallino, perché come credenti ci ostiniamo a chiudere gli occhi di fronte a una realtà che ci circonda? Invece di innalzare i muri del giudizio e di ergere gli scudi della verità, perché non provare ad ascoltare le voci di queste persone, le loro storie, il loro percorso esistenziale accidentato, forse tanto simile al nostro anche se non abbiamo divorziato? Perché non smettiamo di sentirci "giusti" e creiamo comunità e case accoglienti, dove anche chi ha sbagliato (secondo noi) possa entrare e trovare un posto?

Prima, ben prima della comunione sacramentale, sono convinta che occorra un supplemento di tenerezza, comprensione, amore gratuito. Anche per accompagnare le coppie in crisi, e sono tante. E per non lasciare sole quelle che "scoppiano".

Qui l’originale

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