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Perché sono diventato monaco

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Abate Placid Solari, OSB - Aleteia - pubblicato il 30/09/14

"I monaci mi colpivano come uomini di talento"

Quando gli studenti del nostro college mi chiedono come sono diventato monaco, mi piace dire loro che è stato il destino. Il loro sguardo perplesso in risposta mi permette di lanciarmi nel racconto della mia storia.

Sono il più giovane di sei figli e sono stato una sorpresa per i miei genitori, arrivando dopo che si erano adattati per molti anni all’idea di avere una famiglia con cinque figli. Quando sono nato, il mio fratello più grande era già un monaco all’abbazia di Belmont. Alcuni dei miei primi ricordi sono delle visite di famiglia all’abbazia. La mia parrocchia, San Benedetto, era inoltre retta dal priore dell’abbazia, e i monaci erano i sacerdoti della parrocchia. Ho studiato alla scuola parrocchiale delle suore benedettine, e al liceo dai monaci. Dopo il college, sono entrato nel noviziato. È questo che intendo parlando della parte relativa al “destino”.

Se queste esperienze formative nell’infanzia e nell’adolescenza hanno influenzato senz’altro il mio discernimento successivo di una chiamata alla vita monastica, una vocazione non è mai una questione di “destino”. Piuttosto, la decisione relativa alla direzione e alla forma della propria vita richiede una conoscenza di sé e una consapevolezza delle cose che esercitano a volte una sottile attrazione su di noi. In particolare, credo che la decisione di entrare in qualche forma di vita religiosa o nel sacerdozio richieda una buona consapevolezza dei propri punti di forza e delle proprie debolezze, perché ogni forma di vita ha il suo stile di vita unico e distintivo, e uno probabilmente si “adatterà” meglio degli altri.

Due cose mi hanno aiutato a volgermi verso la vita monastica. La prima è stata un incredibile senso di pace che provavo quando visitavo l’abbazia da ragazzo con la mia famiglia e celebravamo i Vespri insieme ai monaci. Le parole dei salmi e i canti mi hanno sempre dato un’incredibile sensazione di pace. Anche se non riuscivo a spiegare perché, la sentivo. Il secondo fattore è stato che, per quanto posso ricordare, ho sempre voluto insegnare. I monaci erano stati i miei professori alla scuola superiore, e l’abbazia sponsorizzava il Belmont Abbey College. Più di tutto, ad ogni modo, i monaci mi colpivano come uomini di talento che stavano facendo qualcosa che valeva la pena con la propria vita. Conosco in base all’esperienza l’impatto che i monaci avevano come insegnanti sui giovani, e pensavo di voler fare anch’io la stessa cosa.

Durante la scuola superiore e il college si sono presentate altre possibilità e opportunità. Alla fine del mio primo anno di college, mi è apparso improvvisamente chiaro che quella bella vita sarebbe presto giunta a una brusca fine, e avrei dovuto fare da me. Era il momento di fare piani seri per il mio futuro. Sentivo ancora una spinta alla vita monastica. Mi sono reso conto che c’era un periodo iniziale di formazione che permetteva a un candidato di provare quella vita, e che era possibile andarsene nei primi anni se non si “adattava” ai propri desideri. Pensavo che se non avessi seguito quell’attrazione che continuava a farsi sentire avrei potuto vagare nella vita chiedendomi se non avevo perso qualcosa che avrei dovuto fare. Per questo mi sono iscritto e sono stato accettato al noviziato, entrando in monastero alla fine dell’estate successiva alla laurea.

Dopo tutti questi anni, penso che la domanda importante sia non solo perché si arriva alla vita monastica, ma anche perché ci si rimane. Per quanto mi riguarda, la cosa più significativa che mi ha tenuto qui è l’immensa grazia e misericordia di Dio che ho sperimentato nella vita monastica. L’amore, la pazienza e l’indulgenza dei miei confratelli sono stati un’espressione immediata e potente dell’amore di Dio. Dopo tutto, hanno vissuto con me ogni giorno per un buon numero di anni e conoscono piuttosto bene le mie manie e le mie idiosincrasie. E nonostante questo continuano a sopportarmi.

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vita monasticavocazione
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