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Paragonarsi agli altri? Molto meglio congratularsi con loro!

Merlijn Hoek

padre Carlos Padilla - Aleteia - pubblicato il 30/09/14

Guardare senza giudicare, essere capaci di vedere le differenze e di non indignarci

Dio è giusto, è vero, e io ricevo ciò che mi spetta. Ho cose, ricevo talenti, raggiungo obiettivi.

Il problema è che il cuore si “restringe” cadendo nel paragone. A volte l’invidia turba tutto. Siamo più dipendenti dal premio che riceverò che dalla gioia di poter lavorare per Dio.

Tendiamo con facilità a paragonarci. Guardiamo la nostra vita e quella degli altri. Soprattutto quella degli altri. Siamo difensori della giustizia, soprattutto quando possono essere ingiusti con noi. Poche volte ci concentriamo sulla misericordia.

Guardiamo più ciò che è giusto, quello che è ben fatto, che è adeguato. Guardiamo con cura se ci danno quanto meritiamo, se ci ringraziano per ciò che abbiamo dato, se ci pongono nel posto che ci spetta.

Teniamo ai conti chiari, ai risultati giusti. Non vogliamo fare più di quello che ci spetta e che poi non ci paghino le ore di straordinario. È doloroso se i nostri nomi non compaiono al momento dei ringraziamenti. A tutti il giusto, ciò che spetta in base a quanto hanno lavorato.

Se guardo l’altro e vedo che riceve la stessa cosa che ricevo io quando ha lavorato di meno mi indigno. Mi rattrista che l’altro riceva lo stesso. Se a me danno una certa quantità e all’altro un po’ meno, allora va bene, sono tranquillo. Se all’altro danno una certa quantità, allora esigo che a me diano di più, o almeno lo stesso. E se non è così, dichiariamo che è ingiusto.

È lo stesso atteggiamento del figlio maggiore nella parabola del figliol prodigo. Non si indigna tanto perché per lui non fanno una festa. Gli fa più male che la facciano a quel suo fratello che non se la merita.

Al fratello maggiore dà fastidio la misericordia del padre. Critica il padre perché tratta bene suo fratello, perché si rallegra e non lo rimprovera né lo manda via.

Dio ci chiede di rallegrarci di ciò che riceve l’altro, di rallegrarci del fatto che l’altro, con meno sforzo, abbia lo stesso che abbiamo noi. Ci chiede di rallegrarci della miglior posizione dell’altro, anche se la nostra non è tanto buona. Sembra impossibile.

Dio ci chiede di amarci come fratelli, ci chiede uno sguardo misericordioso, puro, trasparente. Ci chiede di guardare senza giudicare. Ci chiede di essere capaci di vedere le differenze e di non indignarci. Ci chiede misericordia più che sacrifici, amore per il prossimo più che colpi al petto.

Egli ci dà tutto. Non tiene conto del mio male, mi abbraccia desiderando che arrivi a Lui. Non gli importa a che ora arrivo. Che importa l’ora? Dio mi aspetta fino all’ultimo momento. Non tiene conto del male, degli errori, del passato, a differenza di noi che abbiamo una buona memoria.

Dio ci ama con un amore in cui ci dà il cento per uno. L’infinito per uno. Diamo uno, un po’, qualcosa, e riceviamo l’infinito, l’amore eterno, l’amore senza condizioni. A ciascuno dà tutto. Sa contare solo fino a uno. Si concentra sulla persona, su di me, non sulla massa. Ci dà tutto. Senza tenere niente per sé.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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