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L’imbarazzo di Dio

Ignatius Press

Lucandrea Massaro - Aleteia - pubblicato il 29/09/14


All’Eterno il compito di giustificare l’imprevisto, l’imbarazzo. Giuseppe lavora il legno: il Figlio suo un giorno lavorerà i cuori, molto più fragili e delicati. Degli anni di bottega, Lui forse rammenterà che la sedia rotta si ripara, non si getta; che il mobilio usurato non si brucia ma si restaura; che le ante scrostate delle porte si riverniciano e ritornano come nuove. Che i cuori sgraziati potranno ritrovare grazia e i peccatori non moriranno: la conversione e poi si ricomincia. Daccapo, ogni volta come fosse la prima. Il padre strappa al legno una panca, il Figlio strapperà le anime alle disgrazie. Differiranno per la materia: a uno il legno, all’Altro il cuore. Convergeranno per la passione: al padre la passione di un amore di Donna complicatosi, al Figlio la passione di un Amore tradito. Il Cielo aiuta Cristo a farsi Uomo, un falegname e la sua sposa aiutano Cristo a crescere da uomo” (p. 20).

E prosegue snocciolando con una prosa che avvolge il racconto del Vangelo, il racconto di Dio fattosi Uomo, e che Uomo! Quello per eccellenza, capace di dare tutto se stesso senza ambiguità per il proprio prossimo, per ciascuno di noi. Venuto a sanare l’ultimo debito che l’umanità aveva col suo Signore, col Padre. Un Re, come dice la scritta sopra la Croce: “«È davvero Re, quell’Uomo», pensa Disma tra sé. «Ci siam trovati. Finalmente. Quassù, soli come cani: a un passo dal baratro». La sua vita è giusto un po’ sgrammaticata: basterebbe un colpo di stile a rimetterla in sesto. Non ha mai creduto alla lealtà, nemmeno forse alla giustizia: stavolta, però, crede all’incredibile. È uomo dalle misure mai mezze: o tutto o niente. O un assassino o un innocente. Nemmeno qui mostra opzioni. Crede per davvero di venir strozzato accanto a un re. Al Re: l’alternativa non calcolata. Incalcolabile.

Fa freddo lassù sul Golgota: gelo impietoso sulla pietà delle anime rinsecchite. «Un cantuccio solo, gli chiederò». Lo chiama per nome: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno!» (Lc 23,42). È l’eco di una memoria, il peso di un annuncio. Dal Golgota a Nazaret, più di diecimila giorni addietro: «Lo chiamerai Gesù» (Lc 1,31). Allora quel corpo sussultò nel grembo, oggi quel corpo si volta. Ora sono scoperti: Lui senza gloria alcuna, l’altro senza più maschere addosso. In due: la Grazia e la disgrazia, la beltà e il disonore, la miseria e la misericordia, ciò ch’è stato e ciò che potrà essere. Il sospetto e l’affidabilità, la nostalgia e il gusto, l’appetito e il sapore. Finanche la sapienza: Dio e l’uomo, il lupo e l’Agnello. La legge e l’Eterno. Lo costringono a morire per i suoi misfatti; lui, Disma il taverniere, deciderà da sé come morire: da sbeffeggiatore o da contemplativo. Sceglierà la seconda opzione: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno» (Lc 23,42)” (p. 102).

Per pagine come queste che vi abbiamo proposto, e per molte altre vi consigliamo il libro di Don Marco Pozza, da leggere non perché utile, ma perché bello, ed è nel bello che cerchiamo tracce di quel Dio-Vivo, che ci faccia arrossire di fronte alle nostre storture. Kant diceva: “Il capo supremo deve essere giusto per se stesso e tuttavia essere un uomo. Da un legno storto come’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto”. Forse per questo il Signore ha scelto di farsi falegname…

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Tags:
periferie esistenzialirecensionevangelo
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