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Aspettando gli archivi di Pio XII: le ipotesi e le novità

Pio XII – it

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 29/09/14

Alcuni aspetti inediti dell’attività della diplomazia vaticana durante la Seconda Guerra Mondiale

Il giorno si avvicina, e gli storici fremono. Quando gli archivi vaticani relativi all’ultimo conflitto mondiale saranno resi pubblici nella loro totalità, il velo scivolerà via scoprendo la verità e la natura pretestuosa ed ideologica di molte polemiche sulla figura di Pio XII. Tra l’altro, il territorio storiografico sull’attività diplomatica della Santa Sede in quegli anni è di gran lunga più vasto di quello che riguarda solo gli attacchi a papa Pacelli, poiché comprende una serie di iniziative e servizi da parte di corpi di cui oggi si sa poco o nulla, ma che presto potrebbero diventare oggetto di studio.

La conferenza organizzata presso l’Università degli Studi Guglielmo Marconi di Roma nella giornata del 2 ottobre s’intitola “Pio XII e la Seconda Guerra Mondiale: eventi, ipotesi e novità dagli archivi”, e sarà un’occasione per i tanti studiosi che faranno il punto delle loro ricerche e delle aspettative rispetto al materiale inedito degli archivi che potrebbe esser resto presto accessibile. Il professor Matteo Luigi Napolitano, docente di Storia Contemporanea e di Storia delle Relazioni internazionali presso l’Università degli Studi G. Marconi di Roma e responsabile scientifico dell’evento, ha rivelato ad Aleteia qualche anticipazione.

Come descriverebbe le attività diplomatiche della Santa Sede durante la Seconda Guerra Mondiale?

Napolitano: E’ ovvio che la diplomazia, per definizione, si adatta alle circostanze. Durante la Seconda Guerra Mondiale le circostanze furono abbastanza mutevoli, e quindi la flessibilità degli uomini di Stato era necessaria. Nel caso della Santa Sede c’è tuttavia un aspetto della parola “diplomazia” che va declinato con altri significati: in questo caso così particolare, la parola va declinata nel senso dell’impellente necessità di fornire un aiuto umanitario. Tale aiuto era ovviamente nelle corde della Santa Sede, perché la missione evangelica è quella di portare sollievo ai sofferenti. Tutto ciò, durante la Seconda Guerra Mondiale, si tradusse anche in un’azione diplomatica, che rese la politica estera del Vaticano molto particolare e a sé stante rispetto sia alle potenze belligeranti, sia alle potenze neutrali, alle quali talvolta il Vaticano viene assimilato.

Siamo alla vigilia dell’apertura degli archivi. Lei ha avuto modo già di consultarli?

Napolitano: Innanzitutto bisogna dire che l’apertura degli archivi vaticani è stata ripetutamente annunciata, mentre si andava completando il lavoro di riordino di tutto ciò che concerneva le carte del periodo storico di cui ci occupiamo. Ma si deve aggiungere che ad oggi lo studioso può trarre certezze e ipotesi di lavoro anche ricorrendo a fonti parallele già note: la prima fonte importante è la Collana degli Actes et Documents du Saint-Siège rélatifs à la Seconde Guerre Mondiale, cioè gli undici volumi (di cui uno in due tomi) di documenti diplomatici della Santa Sede, una serie pubblicata tra il 1965 e il 1981 per volere di Paolo VI e dei suoi successori. Questa è una fonte molto ricca, che proviene direttamente dalla Santa Sede. Il secondo genere di fonti che abbiamo disponibili sono gli archivi stranieri, poiché il Vaticano aveva numerosissime relazioni diplomatiche con molti paesi del mondo, questo ovviamente anche durante la Seconda Guerra Mondiale. Pertanto lo studioso, attraverso tutte queste fonti (non si dimentichino anche le raccolte di documenti pubblicate dai vari Stati, nelle loro collane ufficiali) e attraverso gli archivi, riesce a ricostruire gran parte della politica estera della Santa Sede, e non solo relativa a Pio XII (penso anche a Roncalli, a Paolo VI e così via).

Lei si aspetta delle sorprese dall’apertura degli archivi?

Napolitano: Io non mi stupirei che nell’apertura prossima degli archivi su Pio XII ci fossero conferme di quello che già sappiamo, e anche qualche sorpresa. Avremo sicuramente conferme riguardo alla direttrice antitedesca e anti-Asse della politica vaticana, soprattutto nel senso dell’attività umanitaria (per definizione nessuna politica umanitaria, anche quella della Santa Sede, può dirsi filonazista, dato che il nazismo è il trionfo dell’anti-umanità). Pensiamo ai diritti dei singoli, al diritto della vita, al diritto naturale, che declinato nel linguaggio ecclesiastico significa diritto ad esistere e a vivere liberi indipendentemente dalla razza cui si appartenga. Potrebbero emergere però anche altri dati interessanti. Tempo addietro pubblicate sui più importanti giornali del mondo alcune foto scattate dalla Royal Air Force britannica dei campi di sterminio di Auschwitz; tali foto generarono polemiche, perché ci fu chi sostenne che, se gli alleati erano a conoscenza dei luoghi dove si trovavano i campi di sterminio, allora avrebbero potuto bombardare almeno le linee di comunicazione per impedire ai convogli stipati di ebrei di arrivarci.

Ricollegandomi a questo elemento, ritengo molto probabile che emergano, con l’apertura degli archivi, due linee divergenti di politica tra la Santa Sede e gli Alleati: laddove per gli Alleati – e questo emerge anche da ricerche condotte in America – era prioritario sconfiggere la Germania e debellarla, per la Santa Sede era prioritario prestare con urgenza soccorso agli ebrei. Me lo fanno pensare sia la letteratura sia i documenti ormai accessibili negli Stati Uniti (penso, ad esempio, ai documenti dell’Office of Strategic Services, i servizi segreti antesignani della CIA), sia appunto le foto della RAF a cui facevo riferimento. Comparando tutto questo materiale con l’attenzione critica, dalle nuove carte potrebbe emergere l’atteggiamento di riserva (ma anche di severo monito) della Santa Sede non solo verso la politica razziale dell’Asse (e, ovviamente, degli Stati satelliti), ma anche nei confronti delle esitazioni degli Alleati. In altri termini, potremmo scoprire una netta divergenza tra la Santa Sede e gli Alleati in merito a quello che era prioritario durante la guerra. Per la Santa Sede, prioritario era prestare aiuto ai sofferenti, e quindi anche agli ebrei. Mentre per gli alleati era prioritario debellare la Germania e arrivare a Berlino. Questo potrebbe essere un elemento di grande novità, in grado di cancellare anche quel residuo di leggenda nera che ancora aleggia sulla figura di Pio XII.

Pensa che l’apertura degli archivi permetterà di superare ogni polemica su questo argomento?

Napolitano: Io voglio ricordare un’osservazione molto acuta di Andrea Riccardi, che lessi nel 2000. Parlando di Pio XII, Riccardi rilevò che quando si aprirono le carte vaticane relative alla Prima Guerra Mondiale – ricordiamo che c’era stata una polemica sul ruolo del Vaticano all’epoca – gli archivi restarono deserti: tutta la polemica divampata prima sulla figura di Benedetto XV nella Prima Guerra Mondiale si era ormai sedimentata senza che gli studiosi attingessero a nuovi documenti vaticani. Mi chiedo se il pericolo non sia allora proprio questo: che dopo anni di polemiche sul papa “buono” o “cattivo”, sul papa filonazista, sul papa amico dell’Asse e antisemita – perché si è detto anche questo – alla fine gli studiosi disertino gli archivi una seconda volta, proprio quando sarebbe possibile chiarire molte cose (casomai ce ne fosse bisogno, dato che ci sono pur sempre i volumi degli Actes).

In queste circostanze, poi, lo scoop è nemico del ragionamento storiografico e questo può essere un danno per la Storia: perché gli studiosi talvolta passano il tempo più a polemizzare che a guardare le carte. Ad ogni modo, un gran quantitativo di carte sul pontificato di Pio XII è già uscito; probabilmente avremo una conferma piena della bontà di quella ricerca storico-documentaria che fu avviata – lo ricordo – da quattro gesuiti in anni piuttosto lontani. L’aggiunta di nuovi archivi potrebbe dirci come lavorava la Curia vaticana, quali problemi di funzionamento interno si riscontravano, e così via. Per esempi come veniva trattato il problema delle informazioni nel momento in cui Roma era occupata e blindata dai tedeschi? Come far arrivare le informazioni? Come farle uscire e farle entrare? Come far lavorare la rete diplomatica vaticana e consentire, per esempio, ai diplomatici di Paesi nemici dell’Asse accreditati in Vaticano (ma anche di Paesi neutrali) di fare oltrepassare le mura vaticane saltando il controllo della GESTAPO e dell’OVRA? Tutto questo sarà stato sicuramente il frutto di un lavoro tecnico che avrà richiesto una rete capillare di personaggi i più svariati.

Un’altra cosa interessante probabilmente sarà la seguente: tempo fa trovai in un archivio americano la prova che la radio tedesca intercettava le trasmissioni della Radio Vaticana. Non mi stupirebbe allora scoprire che in Vaticano esisteva un “centro di ascolto” di radio estere, con una formidabile stazione di ascolto in onde corte e cortissime. Né mi stupirebbe scoprire che ci fosse una qualche unità di questa divisione di ascolto preposta unicamente all’ascolto delle radio dei paesi dell’Asse. E che se ne riferisse al papa costantemente. Si è parlato tempo fa (lo ha fatto il gesuita padre Graham, uno dei quattro curatori degli Actes vaticani) di “una guerra delle onde”. Forse un bel capitolo di questa guerra potrebbe riguardare il Vaticano e le sue stazioni di ascolto dedicate a informare Pio XII su ciò che si diceva nei Paesi dell’Asse.

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