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Ebola, una rincorsa contro il tempo, e i fondi, perduti

European Commission DG ECHO / Flickr CC
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Medici Senza Frontiere è stata la prima organizzazione a riconoscere la gravità dell’epidemia che sta falcidiando l’Africa Occidentale

Nessuno ti ha detto quando cominciare a correre, hai perso lo sparo dello start, cantavano i Pink Floyd nella loro Time. L’impegno sanitario mondiale nei confronti del virus Ebola in questo suo nuovo attacco è partito in ritardo, nonostante però qualcuno avesse lanciato l’allarme sulla gravità della situazione. Forti di una lunga esperienza sul campo, Medici Senza Frontiere è intervenuta con prontezza nei paesi interessati, cercando al contempo di istruire l’OMS (l’Organizzazione Mondiale della Sanità) sulla gravità della situazione. Ma le politiche di tagli che hanno interessato l’organismo sanitario dell’ONU, oltre certamente ad una sottovalutazione della situazione, hanno fatto sì che le risposte in arrivo da Ginevra non siano state, in un primo tempo certamente ma in buona parte non siano ancora oggi, adeguate. Sono organizzazioni come Medici Senza Frontiere ed altre, finora, ad essere protagonisti dell’azione sul campo nei paesi falcidiati dalla malattia; molte di queste sono cattoliche, e tra poche settimane sarà in partenza anche una task force dell’Ordine dei Camilliani, di cui ci occuperemo presto su Aleteia. Proprio per questa difficoltà a reperire  finanziamenti, Medici Senza Frontiere sta insistendo in una campagna in questi giorni chiedendo ai cittadini di contribuire con una donazione a combattere un’emergenza sanitaria che rischia di coinvolgere direttamente anche altri paesi, con un SMS al numero 45507 da oggi fino al 5 ottobre (ogni sms inviato equivarrà ad una donazione di 2 euro). Aleteia ha intervistato Loris De Filippi, presidente di Medici Senza Frontiere.

Come mai è stata MSF a capire per prima la gravità della situazione?
De Filippi: Per quanto riguarda il nostro impegno era abbastanza normale che fosse Medici senza frontiere a tirare il campanello d’allarme, perché per moltissimi anni abbiamo lavorato in queste crisi e abbiamo una capacità d’intervento peculiare. Già da tempo per tutte le crisi che normalmente sono molto più piccole e riguardano le epidemie di febbre emorragiche tipo ebola, o la Marburg, agiamo rapidamente. In questo caso abbiamo segnalato rapidamente, già in primavera, il fatto che quest’epidemia fosse completamente diversa da tutte le altre e che avrebbe causato problemi molto grossi. In effetti la proporzione dell’epidemia è vastissima, basti pensare che finora 5.000 persone si sono ammalate, almeno 2.500 sono morte, e i nostri centri sono sempre pieni.  Al punto che a volte siamo costretti a mandare a casa persone che sono ammalate, cosa che produce un effetto a caduta ovviamente perché tornano a casa e possono infettare anche i loro cari.

Come ha risposto l’OMS ai vostri appelli?
De Filippi: Qui la situazione è drammatica, e per ben due volte – è questa è un caso più unico che raro nella nostra storia – nel giro di quindici giorni abbiamo sollecitato l’ONU a prendere delle misure importanti, per il momento senza avere grandissime risposte, se non l’impegno formale da parte di alcuni stati. Negli Stati Uniti Obama ha fatto stanziare dei soldi per moltiplicare in Liberia i nostri centri – per il momento nei tre paesi dell’Africa Occidentale colpiti, Guinea, Liberia e Sierra Leone, noi abbiamo cinque centri, e 500 posti letto circa. Gli USA vogliono aumentare questa capacità e questa è una cosa molto importante. Pochi altri paesi hanno dato la loro disponibilità ma l’OMS, è vero, in generale è in grave ritardo, vuoi per la mancanza di fondi, vuoi per altri motivi, vuoi perché semplicemente un’epidemia di ebola di queste dimensioni non è mai esistita. Certo, noi ancora una volta richiamiamo l’attenzione Delle Nazioni Unite proprio perché se non agiamo in questo momento il numero delle vittime è destinato ad aumentare in maniera importantissima.

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