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Architetto, direttrice d’impresa, dottoressa… e ti fai suora?

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© Gabriel

Aleteia - pubblicato il 23/09/14

Hai una professione, un lavoro, una vita “quasi realizzata” e ti fa paura lasciare tutto per consacrarti a Cristo come sacerdote o religiosa?

Vocación y Actualidad

Ti dico di stare tranquillo, non sarai il primo né l’unico a “lasciare” professione, lavoro, “una vita quasi realizzata” e altre cose per consacrarti a Dio come sacerdote o religiosa. Su ogni dieci sacerdoti, sette avevano una professione prima di entrare in seminario (tralasciando i sacerdoti di seminario minore). Accade lo stesso nella vita religiosa. Dobbiamo avere da architetti ad amministratrici di imprese come religiose.

È normale che il primo sentimento sia la paura all’idea di lasciare tutto.

In realtà non lasci nulla! Guadagni tutto. Si tratta di intraprendere una nuova missione, quella di discepolo! I discepoli di Gesù in modo semplice e immediato ci hanno lasciato un grande esempio.

La nuova professione di discepolo consisteva nello stare con il Maestro, lasciarsi guidare totalmente da lui. In questo modo la professione implica due aspetti: il primo è qualcosa di esterno, camminare accanto al Maestro con direzione diversa, senza vacillare e con sicurezza; il secondo è intimo e interno, si tratta del nuovo orientamento dell’esistenza. I sentimenti e i pensieri non puntano più agli affari o alla comodità personale, ma si tratta di abbandonarsi totalmente all’altro e per gli altri.

Essere a disposizione del Maestro era diventata una ragione di vita. Significava rendere realtà l’invito di Gesù al giovane ricco, a Matteo e ad altre migliaia di uomini che hanno lasciato tutto, e possiamo verificarlo giorno per giorno.

Vi presenterò ora una meravigliosa esperienza del “lasciare tutto”. Si tratta di una ragazza, di professione amministratrice di imprese, che ha scelto la nuova professione del “discepolato” proposto dal Maestro. È una semplice religiosa, è laureata in Teologia e attualmente sta conseguendo un’altra laurea in Diritto canonico. Esercita la sua professione nel mondo attraverso la sua congregazione.

Hai una professione, un lavoro, una vita “quasi realizzata” e ti spaventa l’idea di lasciare tutto per consacrarti a Cristo come sacerdote o religiosa?

“Udito ciò, Gesù gli disse: ‘Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi’. Ma quegli, udite queste parole, divenne assai triste, perché era molto ricco” (Lc 18, 22-23).

Inizio questa riflessione con il passo biblico perché riflette molto di ciò che si vive quando qualcuno sente la chiamata di Dio, o almeno l’inquietudine di vedere in cosa consiste la “vocazione” alla vita sacerdotale o consacrata.

In principio si pensa: “Io sacerdote o religioso(a)? Ma ho già percorso un cammino, ho scelto di realizzare una carriera professionale e mi piace” – opportunità che attualmente pochi hanno o semplicemente non vogliono studiare. Il fatto di averla già dà un certo status nella società. C’è qualcosa che ti distingue dagli “altri”. E cosa dire quando già lavori, fantastico! Hai già il tuo stipendio, sei indipendente, sei giovane e con incredibili opportunità di sviluppo. Sei nella tappa migliore della tua vita. Visto che conti sulle tue risorse personali, inizi a fare ciò che ti piace: comprare vestiti, andare in giro con gli amici, divertirti. In famiglia riconoscono il tuo sforzo e quanto ti vanno bene le cose. Ora sì che stai dando il frutto di ciò che è stato investito in te; nel lavoro sei il/la ragazzo/a con un grande avvenire o desiderio di sviluppo. Man mano che avanza il tempo sei esperto nel lavoro, scali posizioni, il tuo stipendio aumenta. Fantastico! Puoi comprare la tua prima automobile, e fare una serie di cose che ti fanno “sentire bene”. Chi non vorrebbe una vita così? È ben poco disprezzabile, vero?

Ma cosa succede quando qualcuno ti parla della “vocazione” alla vita sacerdotale o consacrata? Con il panorama anteriore rispondi subito “Neanche pazzo/a! Mi va bene il cammino che ho, ho già costruito parte della mia vita, ho ‘sicurezza’” [1], o semplicemente ci sono persone che dicono “Perché devo rinchiudermi?” o “Perderò quello che ho guadagnato”. Anche se sembra incredibile da credere, si guadagna di più. Si pensa “Lasciare tutto, vendere tutto, no, per favore!”, ma il Signore che è saggio e ricco di misericordia ti dà di più.

Ora ti racconterò la mia storia. Sono Erika, e sono religiosa. La verità è che non avrei mai immaginato che avrei fatto questa scelta nella vita, né da bambina, né da adolescente o giovane, ma Dio mi ha invitata e io ho accettato. Non è stato facile, per niente. La prima parte di quanto ho scritto racconta la mia vita, ovvero la situzione di “benessere” in cui mi trovavo. E quando ho sentito la chiamata, quasi quasi volevo nascondermi e dire al Signore “No, per favore, non io”, ma c’era qualcosa di più grande nel mio cuore, un desiderio di servizio, di dedizione ai fratelli, di fare qualcosa di diverso da ciò che fanno tutti, ovvero sposarsi, avere un ottimo lavoro (spesso vivendo per il lavoro e non avendo una vita propria), figli… Chiaramente mi faceva paura lasciare tutto, “tutto”.

Mi ci sono voluti tre anni, e nessuno di coloro che mi stavano vicino sapeva che stavo compiendo questo percorso. Le cose diventavano sempre più complicate per realizzare la mia scelta. Al lavoro mi davano promozioni, facevo corsi, viaggi, insomma, nulla mi aiutava a compiere il grande salto. Ad ogni modo l’ho fatto, lanciandomi nell’avventura e seguendo i miei sogni, quello che mi vibrava nel cuore. La mia famiglia si chiedeva cosa succedesse nella mia vita se andava tutto bene. A volte mi chiedevano se era per colpa di qualche delusione amorosa (è quello che pensa la maggior parte della gente ed è quello che mostra la televisione). No, ovviamente! Era un fuoco che mi bruciava il cuore. È stato un periodo di lotte, pianto e allegria.

Sono arrivata alla vita religiosa e ho resistito solo nove mesi. La lotta interiore era così grande che ho deciso di tornare a casa. Pensavo che ogni giorno che passava perdevo opportunità di lavoro, che non sarebbe più stato lo stesso. E quindi solo andata via, ma solo per dieci mesi. In questo periodo sono tornata al lavoro, ho recuperato molto di ciò che avevo lasciato, o forse ho ottenuto ancor di più. Il lavoro che avevo era fantastico. Dio mi lasciava libera di decidere e non mi chiudeva porte. Nulla, però, era ormai uguale, la mia vita in un certo senso era “vuota” perché “avere” e “fare” erano coperti, ma l’“essere” no. Per questo ho deciso di tornare alla vita religiosa, ma stavolta con le mani e il cuore vuoti di tutto ciò che mi impediva di camminare.

Ora posso dire che Dio è così bello che ti dà davvero più di ciò che lasci. Attualmente vivo con gioia la mia vocazione, seguo l’Essere che amo e metto i doni che mi ha dato da tutta la vita al servizio del suo Regno. Ho studiato Contabilità pubblica, e anche se sembra incredibile continuo ad esercitarla. Ovviamente non ricevo uno stipendio in termini monetari, ma a livello di gioia e dedizione sì. È lavorare per gli altri, vedere e scoprire che far bene il mio servizio ha effetto su molte persone. Tutto ciò che ho imparato al lavoro mi serve molto al momento di trattare con le persone, nello sviluppo personale e istituzionale eccetera, e mi è stata data l’opportunità di studiare per conseguire una seconda laurea.

A volte pensiamo che nella vita religiosa o sacerdotale una persona sia ignorante o abbia poche possibilità di sviluppo, ma è un errore: al contrario, ci si arricchisce con persone alle quali Dio ha permesso di crescere e svilupparsi professionalmente, e se non è così viene data l’opportunità di farlo.

Questo dal punto di vista della crescita professionale, senza parlare di tanti altri aspetti della vita sacerdotale o religiosa, anch’essi assai interessanti.

Alla fine, come al giovane ricco, Gesù dice anche a te: “Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi”, e non te ne pentirai.

Suor Erika Jacinto Muñoz
Religiosa del Verbo Incarnato

[1] «Sicurezza» nell’accezione intesa dalla società, che non è del tutto sicurezza e certezza nella vita personale

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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