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Suicidio e fede: la mia storia

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Aleteia - pubblicato il 19/09/14

Il viaggio di una giornalista cattolica dalla depressione suicida alla speranza

Eileen Wittig

“L’uomo non può vivere senza la speranza”, ha detto il dottor Aaron Kheriaty. I Gregorian Fellows del Benedictine College hanno invitato a parlare del suicidio e della speranza Kheriaty, professore associato di Psichiatria e direttore del Programma di Etica Medica presso l’Università della California-Irvine School of Medicine. La sala era gremita.

“L’uomo è l’unico animale che si toglie la vita”, ha affermato, citando una ricerca che ha dato un nome al fattore che le vittime del suicidio hanno in comune: la disperazione.

Negli ultimi tempi, i media hanno parlato molto di depressione e suicidio, soprattutto a causa di Robin Williams. Ormai è noto che era affetto dal morbo di Parkinson e che la depressione è un effetto della malattia. La gente ha scritto e parlato della depressione come di una malattia fisica, sottolineando il fatto che deve essere trattata come tale.

Come persona la cui depressione è provocata da uno squilibrio di sostanze chimiche nel cervello, è per me fonte di sollievo vedere che la gente inizia a comprendere la depressione come malattia fisica piuttosto che solo come malattia psicologica, dalla quale le persone dovrebbero forse essere capaci di guarire volontariamente. Avendo affrontato e combattuto gli effetti potenzialmente fatali del fatto di avere la depressione, fa male ai nervi sentire tanto spesso questa opinione. Come cattolica, è ancora più complicato.

La Chiesa cattolica ha sempre condannato il suicidio. Per il primo millennio, prima che la scienza dimostrasse che la depressione – e quindi il suicidio – può essere spesso collegata a malattie fisiche, anche la Chiesa condannava chi commetteva suicidio. In risposta alla gravità del peccato, la Chiesa rifiutava la sepoltura cattolica per chiunque fosse morto suicidandosi. Chiunque pensava che ogni suicidio fosse un atto consapevole di estremo disprezzo nei confronti di Dio e di sé.

La Chiesa continua a insegnare che il suicidio è un peccato mortale. La sezione del Catechismo della Chiesa Cattolica relativa al suicidio dice che questo va contro l’amore di sé, l’amore per il prossimo e l’amore per Dio. Ad ogni modo, ora insegna che in situazioni di disturbi o di sofferenze fisici o psicologici estremi la colpevolezza della persona diminuisce.

La colpevolezza dipende dalla coscienza, che si può sentire solo se una persona è sufficientemente presente a se stessa. Parlando in base alla mia esperienza, in genere la gente non è presente a se stessa quando prende in considerazione il suicidio.

Quando studiavo al college non dormivo molto. Il sonno era diventato una scomoda necessità che veniva sacrificata in nome della produttività. Ho capito che mi bastavano poche ore di sonno, e quelle mi prendevo. Per il primo anno o giù di lì, gli unici effetti che avevo erano le vertigini, che ho imparato a nascondere, ma dopo mesi gli elementi chimici nel mio cervello hanno perso l’equilibrio.

Ho iniziato ad essere ansiosa, a sentirmi sopraffatta da una vita che sembrava impossibile, minacciata da un mondo che sembrava volere che fallissi. Una parte di me vedeva qualsiasi cosa come un oscuro attacco personale da parte del mondo, ma un’altra sapeva anche che era il mio cervello che mi faceva pensare così, che mi prospettava quei pensieri e quelle emozioni. E sapere che il mio cervello, la parte di noi sulla quale facciamo più affidamento, si stava rivoltando contro di me era ancora peggio.

Per salvarmi dalle minacce che percepivo, ho pensato di fuggire dal mondo fuggendo dal mio corpo attraverso la morte. Non per evadere responsabilità o doveri, ma per sopravvivere. Vedevo il mio corpo come qualcosa che mi avrebbe distrutto tenendomi nel mondo che si stava chiudendo sopra di me. Se fossi fuggita dal mio corpo sarei stata libera. Sarei stata in salvo.

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suicidio
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