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Come vivere in pace con la contraddizione?

© sweetenough / Flickr / CC

padre Carlos Padilla - pubblicato il 19/09/14

Pretendere di ordinare tutto non ha tanto senso, non vale la pena... ci basta cercare Lui ogni giorno

Non so se il desiderio di scrivere nasce prima del desiderio di leggere. Non so se si ha prima la necessità di raccontare ciò che vive l'anima o di leggere quello che qualcuno vive nell'anima. Non so se viene prima il desiderio di abbracciare o quello di essere abbracciati, di amare o di essere amati. Non mi è chiaro se abbiamo bisogno di parlare prima che di ascoltare, o di riposare prima di correre o è il contrario.
Forse è tutto insieme, forse non importa cosa viene prima. Ciò che conta è che ci sono cose che sono intimamente legate in questo cammino della vita. Come se l'uomo fosse integrato in tal modo dai suoi desideri che la successione tra l'uno e l'altro è un atto quasi simultaneo.

È per questo che desidero scrivere e leggere, amare ed essere amato, arrivare e andare via, iniziare e finire. È per questo che quando parlo voglio ascoltare e quando ascolto desidero parlare con tutta l'anima. Sono come i due piedi di uno stesso passo, il giorno e la notte uniti al tramonto o all'alba, l'anima e il corpo che sono una cosa sola, l'inizio e la fine di un nuovo capitolo.

Credo che i desideri siano così uniti che quando desidero qualcosa desidero allo stesso tempo quella successiva. E quando temo qualcosa, temo anche qualcosa di diverso o di simile. Siamo così.

A volte vogliamo dividerci, vogliamo compartimentare la vita, le emozioni, i pensieri. Vogliamo classificare, ordinare, distinguere. Vogliamo essere tutto o niente allo stesso tempo, vogliamo toccare il cielo e abbracciare la terra.

A volte, però, ci perdiamo in questo tentativo di raggiungere la pienezza. E ci conformiamo con l'essere oggi in un modo e domani in un altro. Restiamo a metà. Non prendiamo il volo. Separiamo, chiariamo, distinguiamo, ma non integriamo.

Per questo finiamo per separare il momento di tranquillità da quello di intensità lavorativa. Dividiamo il divertimento e lo sforzo, lo straordinario e la routine, il piacere e il dovere. Siamo sopraffatti dal pensiero che tutto possa accadere nello stesso momento e preferiamo distanziare le realtà. Per non confonderci.

Oggi leggiamo un po', scriviamo, abbracciamo, corriamo, chiamiamo, ascoltiamo. E siamo la stessa persona in tutto ciò che facciamo. In questa realtà mutevole in cui ciò che permane è quello che siamo nel più profondo dell'anima. Quello che non cambia mai. È il seme che Dio ha piantato un giorno. Il tesoro originale che ha posto con affetto.

Lì non cambiamo, siamo noi stessi, senza inganno, senza trucco. Con un vestito o con l'altro, in una conversazione o nell'altra, in uno scenario o in quello successivo. Lì non c'è un prima né un dopo. Siamo lo stesso desiderio che si succede da un momento all'altro in modo ininterrotto.

Ci sperimentiamo fragili ma infiniti allo stesso tempo. Vogliamo toccare il cielo e accarezziamo la terra. Corriamo fino alle vette e rimaniamo a guardare il cielo. Siamo la pienezza e il vuoto, la presenza e l'assenza.

Siamo di Dio e del mondo, del cielo e della terra. Siamo eterni e caduchi, semplici e complessi. Siamo quel desiderio di Dio pronunciato dall'eternità e fatto carne in silenzio. Questo ci dà grande pace. Le contraddizioni del cuore riposano nel suo cuore di Padre. Solo in Lui tutto si ordina disordinatamente. Tutto si integra.

Perché pretendere di ordinare tutto non ha molto senso, non vale la pena. Ci basta cercare Lui ogni giorno, ogni ora. Cercare il suo volto, voler abbracciare i suoi passi.

Come diceva Khalil Gibran: «Voglio sapere se puoi vedere la bellezza anche nei giorni brutti, e se puoi nutrire la tua vita con la presenza di Dio. Voglio sapere se puoi vivere con gli errori, miei e tuoi, e ancora fermarti sulla riva del lago e gridare alla luna piena argentata: Sì!”. Vivere così, con tutta l'anima, con tutti i desideri. Camminare al fianco di Dio e vivere del suo sogno. Desiderare il suo abbraccio e abbracciarlo lentamente. Essere ciò che Egli vuole per la mia vita, con tutti i limiti, e dire di sì.

Quando arriveremo in cielo vedremo tutto con maggiore chiarezza. Il cammino e la meta, il desiderio e la sua realizzazione. Vedremo che molti desideri sono rimasti insoddisfatti, e molti altri acquistano senso arrivando tra le sue braccia.

Vedremo anche quante persone ci hanno sostenuto e come abbiamo sostenuto altri. Vedremo quello che hanno provocato il nostro amore e il nostro peccato. Vedremo il senso del tempo donato, della rinuncia, del sacrificio, come un solco nella terra. Vedremo fiumi di luce che hanno risvegliato i nostri passi, e il riposo che ha provocato dare la vita per qualcosa, per qualcuno.

Nel cammino non lo vediamo. Vediamo fili, corde che ci legano, ricordi che ci hanno uniti in qualche momento. Vediamo passi, ombre, luci. Ci confondiamo interpretando e non valorizziamo tanto ciò che facciamo.

Non vediamo la forza della preghiera, né dell'azione, né delle parole. Non capiamo quanto ci sostiene la preghiera di tanti. L'amore segreto, l'amore manifesto, l'amore taciuto. Siamo legati da dentro, gli uni agli altri. Legami umani che resteranno in cielo, per sempre.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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