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Fermatevi nella distruzione della Siria!

© AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI

ITALY, Rome : Chaldean bishop of the war-torn Syrian city of Aleppo Antoine Audo poses on January 4, 2013 in Rome. Audo urged the same day the international community to pay greater attention to the fate of Syria's Christian minority, saying they were being terrorised by a spate of kidnappings for money. AFP PHOTO / ALBERTO PIZZOLI

Giuseppe Rusconi - Rossoporpora - pubblicato il 18/09/14

A colloquio con mons. Antoine Audo vescovo caldeo di Aleppo

Il sessantanovenne Antoine Audo, gesuita e dal 1992 vescovo caldeo di Aleppo, è tra le figure più note del cristianesimo medio-orientale ed è molto impegnato sul fronte dell’aiuto ad Aleppo e in tutta la Siria a chiunque ne abbia bisogno, senza distinzione di religione, seguendo la stella polare della dottrina sociale della Chiesa. L’avevamo intervistato per “Il Consulente RE” 4/2008 (vedi anche in www.rossoporpora.org , Interviste a personalità) e in quell’occasione ci aveva delineato con chiarezza significato e pratica della ‘dhimmitudine’ (condizione di sottomissione ad Allah che i musulmani poi chiedono, per loro stessi, ai cristiani). Proprio da quell’intervista siamo partiti per il colloquio odierno a San Calisto, a margine dell’incontro di Caritas internationalis sulla drammatica situazione dei cristiani in Medio Oriente…

Monsignor Audo, partiamo da una domanda dell’intervista del 2008: in Siria i cristiani oggi vivono o sopravvivono?

Noi vogliamo sempre essere vivi. Molti tra noi sono attaccati al nostro Paese, alla sua bellezza, al vivere insieme… un sentimento profondo che ancora esiste malgrado tutto. Tuttavia devo aggiungere, per essere franco, che dopo quello che è successo due mesi fa in Iraq, soprattutto a Mosul e nella Piana di Ninive,  è come se a noi cristiani di Siria avessero dato il colpo di grazia: Ma è possibile che succeda questo?  Siamo storditi, sentiamo sempre di più la vicinanza del Daech, dello ‘Stato islamico’, di questo gruppo armato che può conquistare Aleppo, anche Damasco… intanto attacca villaggi cristiani nella regione di Hamah, tra Aleppo e Homs, con forte presenza greco-ortodossa. E’ una minaccia diretta che ci inquieta molto.

Sempre riferendoci all’intervista del 2008, a proposito della situazione dei cristiani in Iraq, Lei aveva detto: “Temo che tutto questo possa capitare anche a noi…. Allora  mi difendo cercando di trovare delle soluzioni preventive”. Un timore purtroppo giustificato…

Credo che sia questione un po’ del mio modo di analizzare le cose che succedono. Conosco bene l’Iraq, i cristiani dell’Iraq… la mia famiglia è originaria dell’Iraq, sono un vescovo caldeo e conosco la mia Chiesa, i suoi fedeli e i suoi pastori… Vedevo la vicinanza tra Iraq e Siria… sono due Paesi che si somigliano per tanti versi… Dicevo dei miei presentimenti ai vescovi e patriarchi in Siria che mi consideravano un po’ pessimista. Ora invece hanno dovuto, purtroppo, ricredersi.

Però tra Iraq e Siria resta anche qualche differenza importante…

Le somiglianze sono tante, ma è vero che la Siria non è l’Iraq. Da una parte i cristiani siriani hanno un radicamento storico, culturale, politico diverso da quello dei loro fratelli iracheni. In Siria i cristiani hanno inciso culturalmente e politicamente molto di più nel tessuto nazionale e hanno assimilato maggiormente tutto ciò che è arabo: cultura, nazionalismo, soprattutto tra i greco-ortodossi. D’altra parte è tre anni e mezzo  che in Siria c’è la guerra e, nonostante tutto, lo Stato siriano tiene, l’esercito tiene… la situazione è differente da quella irachena.

Ancora nell’intervista del 2008 aveva aggiunto di difendersi dalla prospettiva peggiore “cercando delle soluzioni preventive”… Le ha cercate e concretizzate?

Ho cercato di accrescere l’impegno dei cristiani come tali e come cittadini del Paese, trovando ragioni di speranza: costruzione di chiese, creazione di sale parrocchiali, formazione dei sacerdoti… ora purtroppo ho un po’ l’impressione che tutto questo si stia sbriciolando… 

Molti cristiani hanno già abbandonato Aleppo, forse la metà di quelli che c’erano agli inizi del XXI secolo. Anche tra i ‘suoi’ caldei si registra il medesimo fenomeno?

Soprattutto nel nord-est della Siria si sentono molto isolati e minacciati… per esempio in un villaggio su 150 famiglie caldee ne sono restate una cinquantina. Pensano ormai solo a partire. Ad Aleppo se ne sono andati soprattutto i più ricchi, circa un terzo. L’insicurezza è grande, la disoccupazione altissima… ci sono persone che lottano ogni giorno per non morire di fame… tante altre famiglie che sono costrette a vendere quel poco oro che hanno, i loro tappeti… la situazione è drammatica!

Tra il 2008 e il 2014 sono cambiati i rapporti con i musulmani?

Non sostanzialmente. I cristiani sanno fare la differenza tra i musulmani estremisti e no. Sanno che in Siria è feroce la lotta per il potere tra sunniti e alawiti (cui appartiene Bashar Assad), una variante della lotta interregionale tra sunniti e sciiti, che si odiano. In genere i musulmani in Siria rispettano ancora i cristiani in quanto tali. Ne sono sicuro. Li considerano un esempio di ‘buoni cittadini’, soprattutto quando constatano l’attività della Caritas…

Caritas, di cui Lei è presidente nazionale,aiuta anche i musulmani…

Non si fanno distinzioni di religioni. Tutti i nostri programmi, pur se lavoriamo come Chiesa cattolica, sono al servizio dell’essere umano e della sua dignità. Ecco la novità fondamentale. Lavoriamo con donne col velo, con studenti musulmani, che vengono ai centri perché ne hanno bisogno: abbiamo programmi alimentari, sanitari, scolastici, per gli sfrattati che non riescono a pagare l’affitto, per gli anziani isolati e in difficoltà. Noi includiamo in questi programmi tutti quelli che ne hanno necessità… a volte ciò non è ben compreso dai nostri cristiani poveri che ci dicono: “Perché dare ai musulmani, considerato che loro non ci danno niente di niente?”..

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