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Trasparenza o business? Germania e Google ai ferri corti

Brion V
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La richiesta tedesca di rendere pubblico il meccanismo del motore di ricerca è l’ultima, e disperata, sfida di uno Stato europeo all’intangibilità dell’online

Questa mossa del governo tedesco nasce da ragioni condivisibili?

Pizzetti: Bisognerebbe leggere bene quello che Maas ha detto, e sapere a chi lo ha detto: se a Google, se è una posizione ufficiale, se ha parlato a nome della Germania o a nome di un ambito di utenti più vasto. Qui sono mescolate insieme cose molto diverse tra loro, per esempio la questione del diritto d’autore non ha nulla a che vedere con il motore di ricerca, che si limita ad individuare dei e poi dipende dal regime di ogni link se è accessibile a tutti, se è scaricabile o meno. Il problema dei dati che il motore di ricerca diffonde è noto: c’è stata anche una sentenza della Corte Europea sul diritto a chiedere la cancellazione di alcuni dati in alcune circostanze. Che l’algoritmo di Google interessi è notissimo, se ne discute da quando Google esiste, perché a seconda di come funziona questa modalità tecnica di indicizzazione si pilotano anche le ricerche degli utenti, si mettono le notizie in un certo ordine, si diffonde con maggiore o minore efficacia una notizia. Normalmente una persona legge una videata, al massimo due o tre, se la notizia non nei primi 50 link la notizia è difficilmente reperibile. Questo rientra nel dialogo tra il motore di ricerca e il ricercatore. si possono ottenere informazioni usando parole chiave diverse: ovviamente il fatto di non sapere la logica con cui Google organizza le informazioni è un limite per il ricercatore, perché non sapendo la logica questi si muove alla cieca. Ma Google si è sempre rifiutato di fornire la chiave, e non si capisce in base a quale norma, anche europea, il ministro della Giustizia vorrebbe avere questa informazione, se è un problema di concorrenza, se di affidabilità o di controllabilità del motore di ricerca. 

Che cosa nasconde questa richiesta della Germania?

Pizzetti: Questa è una dichiarazione esplicita di antagonismo col mondo americano. È chiaro che la Germania dice: io non voglio che gli utenti tedeschi, e un domani gli utenti europei, siano costretti a far dipendere la loro capacità di ricerca da un motore di ricerca che occupa il 95% del mercato e di cui non è chiara la logica operativa. Il problema è che se la Germania o l’Europa non sono in grado di mettere in campo un motore di ricerca antagonistico noi passiamo da un regime di mercato a uno protezionistico. Quest’ultimo, volendo appunto proteggere il mercato interno, presenta sempre il rischio d’impedire al cittadino l’accesso a delle risorse: se a un ricercatore s’impedisce di accedere a Google gli si fa un danno. Il tema è delicato. Come autorità lo Stato può imporsi per la tutela dei suoi cittadini: la Cina lo fa, e noi diciamo che è uno stato autoritario. I cittadini magari invece di essere “tutelati” preferirebbero avere le stessa possibilità di ricerca che ha il collega americano attraverso Google. Da tempo la Germania, soprattutto dopo il caso Snowden, considera strategico per la sicurezza dello Stato il problema del controllo dei dati come strategico. Che ci sia stato un uso illecito da parte del governo americano sulla raccolta dati è certo, ma questo dovrebbe spingere soprattutto gli utenti ad essere più cauti. Considero un fatto positivo che finalmente i governi si siano accorti dell’interesse strategico che hanno questi temi, ma non trovo gradevole questa presa di posizione unilaterale da parte del governo tedesco.

Quanto è pericoloso il potere che h
a Google di gerarchizzare le informazioni e di fatto la conoscenza?

Pizzetti: Ogni istituzione fa questo, a cominciare da una scuola o da una biblioteca. Una biblioteca pubblica crea una selezione di libri o una raccolta di giornali e decide che cosa rendere accessibile ai suoi cittadini. Se come direttore rinuncio ad un abbonamento e ne apro un altro oriento inevitabilmente la ricerca in una certa misura. E viceversa c’è sempre un limite che riguarda la mia possibilità di scelta: l’idea della conoscenza resa accessibile a tutti è una frase vuota di significato. Anche Google può mettere a disposizione la conoscenza, ma non può certo assicurarsi che ci si arrivi, che si trovino i canali giusti per trovare ciò che si cerca. Anche se uno ne conoscesse l’algoritmo, a che servirebbe? Nel Nome della rosa le regole della biblioteca più o meno si conoscevano, ma poi il libro che tutti cercavano era nascosto. Il problema vero è che il motore di ricerca mi droga un po’, perché mi fa arrivare un’informazione prima di un’altra. Quindi se io sono un ricercatore frettoloso mi becco quello che mi viene dato. La stessa cosa succede se vedo un libro che è stato messo in vetrina, mentre non vedo uno messo in fondo. Sulla rete funziona allo stesso modo: di nuovo ci sono la dimensione della platea che può accedere e le modalità non note a questa platea di organizzazione di informazione. Se quando entri in un negozio sai bene quali siano le ragioni per cui sei stato attratto e ne sei consapevole, sulla rete questo modo di pilotare il gusto o le conoscenze ci sono meno note.

 

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