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Trasparenza o business? Germania e Google ai ferri corti

Brion V
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La richiesta tedesca di rendere pubblico il meccanismo del motore di ricerca è l’ultima, e disperata, sfida di uno Stato europeo all’intangibilità dell’online

Se la storia delle nazioni ha fatto germogliare culture economiche diverse, perfino opposte, nelle varie aree del mondo, la tecnologia transnazionale della rete ha assestato un colpo ferale alle barriere che hanno identificato, per secoli, tali culture. La Germania di oggi incarna l’anima più tradizionalmente europea nel momento in cui il suo governo, nella persona del ministro della Giustizia federale Heiko Maas, fa sentire la sua voce per pretendere che Google renda pubblico l’algoritmo che è alla base del funzionamento del suo motore di ricerca.

L’obiettivo evidente è quello di rendere più trasparente ed accessibile la cognizione del funzionamento di un colosso tecnologico che di fatto, secondo Berlino, ha costruito una posizione di monopolio gestendo in modo indipendente da qualunque controllo la distribuzione di informazioni e quindi, in definitiva, l’organizzazione della conoscenza per individui e per comunità, soprattutto di ricercatori (cfr. articolo di Repubblica.it del 16 settembre). Un obiettivo utopistico, questo, secondo Gigio Rancilio, giornalista di Avvenire esperto di nuove tecnologie, che Aleteia ha intervistato.

Che ne pensa di questa iniziativa del Ministro federale?

Rancilio: Penso che sia una fantastica mossa demagogica, perché non tiene conto della realtà: nessuno ti dà la ricetta con cui ha fatto il maggior numero di business al mondo negli ultimi vent’anni. È come chiedere alla Coca Cola all’improvviso di tirare fuori la ricetta della sua bevanda. Quella ricetta, cioè l’algoritmo di Google, che peraltro continua a cambiare – dovrebbe farlo di nuovo in queste settimane– è ciò che fa la differenza tra Google e tutte le altre aziende che mappano e traggono dati dal web. Il valore di Google è il suo algoritmo, attraverso il quale produce quei dati che diventano soldi. Non vedo un motivo per cui Google dovrebbe rivelare una cosa di questo genere. Perché lo dice uno Stato? Perché lo dice un gruppo di Stati? Non prendiamoci in giro, sappiamo benissimo che il potere di colossi come Google è infinitamente superiore, al momento, al potere degli Stati, soprattutto in questo campo. Finché gli Stati chiedono a Google di rispettare alcuni paletti della privacy o di cancellare alcune storture dal proprio server, ce la possono fare, ma quando si chiede di rendere pubblico quello che è di fatto un brevetto, come si fa a sperare di riuscire? Qui siamo più vicini al gioco che alla realtà.

Chi ha interesse di limitare il potere di Google? 

Rancilio: Ci sono dei movimenti che vanno in quella direzione, ma non sono movimenti di massa. Faccio un esempio che tocca la vita di tutti. Tutti noi diciamo che non vogliamo che la nostra privacy sia invasa, e tutti noi regaliamo al web e non soltanto al web tutto quel sistema di raccolta di dati che va dall’uso delle fidelity card all’uso del cosiddetto portafoglio elettronico. Sono una montagna di dati. È il vecchio discorso che in tempi non sospetti è stato raccontato dal film Nemico Pubblico: tu puoi anche pensare di non avere nulla da nascondere, ma quando qualcuno comincia ad usare i dati che tu hai lasciato e le tue connessioni elettroniche contro di te, ti accorgi quanto male ti possono fare. Noi non vogliamo che la nostra privacy sia invasa, ma accettiamo per esempio le clausole di privacy e i termini per esempio di Apple Store o di iTunes, di Facebook oTwitter senza leggerle, e di fatto regaliamo pezzi enormi della nostra vita a qualcuno. Il giorno che questo qualcuno usa questi dati contro di noi per farci un danno o semplicemente per diventare ricco improvvisamente ci accorgiamo che esiste la privacy. A livello di singoli, pensiamo bene ma poi agiamo male: per pigrizia, per uso, per dimenticanza, per superficialità, ma di fatto non facciamo nulla per difendere la privacy come un valore. 

Sullo stesso tema abbiamo chiesto una riflessione anche al Prof. Franco Pizzetti, giurista e ex presidente dell’Autorità Garante per la Privacy.

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