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Libano: un’oasi sicura per i Cristiani d’Oriente (e le altre minoranze religiose)?

MAHMUD HAMS / AFP

<span style="font-family:arial, sans, sans-serif;font-size:13px;">Plight of Christians in Middle East</span>

Francesco Nicoli - pubblicato il 17/09/14

Il “Concerto delle Nazioni”, come venne chiamato in seguito, di certo non riuscì a evitare la tragedia della guerra nei due secoli del nazionalismo, ma probabilmente contribuì sostanzialmente a ridurre il numero di conflitti in un’epoca in cui il diritto internazionale era poco sviluppato. In secondo luogo, il principio divisorio che passò alla storia ad Augusta con il motto “Cuius Regio, Eius Religio” e costituisce probabilmente l’architrave anche di qualsiasi soluzione ai problemi religiosi del Medio Oriente. Cuius Regio, Eius Religio stabilisce in primo luogo la supremazia dello Stato sugli affari religiosi – e quindi la responsabilità del primo per i conflitti generati dal secondo. Ma a ben vedere, c’è anche il tentativo fondamentale di trasformare i potenziali conflitti religiosi (per natura, transnazionali e civili) in potenziali conflitti tra Stati sovrani. Per quanto azzardato potesse sembrare, la storia contemporanea ci insegna che i conflitti tra Stati (soggetti al diritto internazionale sia in tempo di pace che in tempo di guerra; controllati sia dalle istituzioni internazionali che dai sistemi di alleanze) sono molto più facili da limitare, regolare e controllare dei conflitti civili e transnazionali. Infine, a Westfalia le Delegazioni delle parti contraenti non esitarono, laddove necessario, a riscrivere i confini politici. Questo fu possibile perché l’estensione delle devastazioni generate da trent’anni di guerra lasciava pochi in grado di proclamarsi come vincitori e capaci di imporre il proprio volere sui partner. l’Europa, esausta e stremata dalla guerra, necessitava una riorganizzazione stabile. Laddove possibile quindi i confini vennero ridisegnati per garantire una tendenziale coerenza religiosa, diminuendo il rischio d’esplosione di nuovi conflitti religiosi, o comunque la limitazione di conflitti civili.

Un nuovo Sistema Mediorientale
Queste tre lezioni sono fondamentali per la ricostruzione del Medio Oriente. Primo: servirà una grande Conferenza di Pace che resti in vigore fino a quando sarà necessario per raggiungere un accordo complessivo. Secondo: i confini nazionali, tra l’altro disegnati dalle potenze Europee in un tempo ormai remoto, non devono rappresentare un tabù. Terzo, nella comprovata esperienza che i conflitti tra stati sono più controllabili che quelli civili e transnazionali, è necessario creare, se necessario, autonomie statali per le minoranze etnoreligiose- unico sistema conosciuto in una regione dominata dal sentimento religioso (e dalla sua manipolazione per fini politici) per evitare un continuo bagno di sangue. Sia chiaro: questo non risolverebbe una volta per tutte il problema dei conflitti religiosi in Oriente e, in generale, il problema della guerra. Ma trasformando guerre civili e transnazionali in guerre tra stati, garantisce una protezione molto maggiore da parte del Diritto Internazionale, da parte della politica delle alleanze, da parte delle istituzioni globali. La guerra tra stati è sempre possibile, ma da sessant’anni a oggi è meno probabile, tendenzialmente meno lunga, e tendenzialmente meno sanguinosa delle guerre civili.

A ben vedere, il Medio Oriente si è già in parte avviato a questa soluzione. Lo Stato di Israele, infatti rappresenta alla perfezione il caso di una stretta minoranza che è stata capace di sopravvivere a sessant’anni di conflitti e minacce grazie alla propria natura statale. Essere uno stato non ha messo Israele al riparo dai conflitti, ma ha inserito i conflitti che Israele ha combattuto (in aggressione e in difesa) nel sistema classico di norme, pressioni e istituzioni internazionali. Il risultato è quello che ogni esperto di geopolitica si aspetta: intensi, ma brevi, conflitti armati con gli Stati vicini, interrotti principalmente per pressione del Sistema Internazionale. A controprova, i conflitti che Israele combatte contro attori non statali (si pensi ad Hamas) invece sfuggono alle pressioni del sistema internazionale e tendono a protrarsi nel tempo. Il risultato dell’esistenza di Israele è che gli Ebrei, pur minacciati come Stato, non costituiscono una minoranza perseguitata in Medio Oriente. Tale soluzione può essere applicata alle altre minoranze etniche e religiose. I Curdi probabilmente rappresentano il candidato ottimale, essendo già geograficamente concentrati.

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Tags:
pace medio orientepersecuzione cristiani
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