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La grande sfida della cultura cristiana: l'uomo tecno-liquido

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Enrique Chuvieco - pubblicato il 17/09/14

In buona parte delle manifestazioni culturali, come il cinema, c’è un pessimismo vitale, avvolto nella denuncia di situazioni limite. Quali fattori deve riunire una creazione culturale per offrire speranza senza cadere nel moralismo o nel volontarismo?

Si chiede innanzitutto di approfondire il mistero dell’essere umano e di riscoprire il potenziale che ci ha dato il Creatore, essendo stati creati a Sua immagine: in primo luogo, persone auto-intelligenti, libere, capaci di forte comunione e di essere molto creative. Non si tratta di reinventare o reideologizzare la persona, ma del triplice movimento che ci ha proposto Benedetto XVI: “assumere, purificare, elevare”.

Lei è uno dei pochi vescovi spagnoli presenti nel Pontificio Consiglio per la Cultura. Su quali approcci lavorate per promuovere una cultura all’altezza dell’uomo?

Sto iniziando a lavorare nel Consiglio. Valorizzo, per ciò che ne so, prima di tutto l’applicazione, in modo coraggioso e creativo, della proposta del Vaticano II: dialogo sincero con la cultura perché questa non si “cristallizzi”, o al contrario si “frammenti”. La fede apre porte e finestre in senso orizzontale e verticale alla cultura e le apporta la dimensione dell’universalità (cattolicità).

Papa Francesco parla della cultura dello scarto favorita dalla situazione economica attuale. Cosa possono e devono fare la Chiesa e i cattolici per promuovere la cultura dell’inclusione e del lavoro?

Richiamo le parole e le frasi di papa Francesco, che hanno una forza impressionante e si sintetizzano in tre chiavi: cultura dell’incontro e dell’accoglienza; cultura della tenerezza e della fraternità; cultura della dignità umana personale e collettiva. In quest’ultimo senso, papa Giovanni Paolo II ci parlava non tanto di una “globalizzazione”, quanto di una “universalizzazione” della solidarietà e della speranza, che rispetta l’idiosincrasia delle persone e dei popoli.

In un altro senso, Francesco spiega anche che la Chiesa non è un’ONG e non può esservi ridotta perché la sua natura e la sua finalità sono altre, e con questo previene un certo tipo di cattolicesimo impegnato a perseguire un regno sociale di Dio sulla terra. Qual è la sua opinione al riguardo?

Non sarebbe positivo sminuire o disprezzare l’opera di alcune ONG, tanto significativa e giusta, ma detto questo, sicuramente il cristianesimo non è una ONG della carità, anche se questo è il volto più benevolo e valorizzato da alcuni credenti e non credenti. La Chiesa è la Chiesa del Signore Gesù. Ed è l’“unione-risposta” (“ekklesia”) di coloro che hanno incontrato Gesù Cristo nella propria vita e, convertiti, desiderano insegnare agli altri l’“arte di vivere” nell’amore di Dio, come diceva Benedetto XVI. Per questo, da un lato non ci può essere separazione tra Gesù Cristo, Chiesa e carità, dall’altro la Chiesa è molto più di una ONG.

Nel senso precedente, Benedetto XVI diceva che sarà sempre necessaria la verità per aderire al bene, per cui noi uomini non riusciremo mai a raggiungere una società senza conflitti. Lo denunciava anche T.S. Eliot quando ha detto che perseguiamo sistemi perfetti (il XX secolo è un buon esempio) che non richiedono decisioni personali. Le sembra che questa prospettiva si adatti alla realtà?

Ciò che si sta denunciando, in fondo e per quanto è stato detto in precedenza, è che stiamo parlando di un “deficit di antropologia” completa. Solo l’antropologia cristiana salva e ci libera dai concetti di uomini antagonisti e drammatici
che abbiamo sperimentato nel XX secolo: né individualismi né collettivismi, né ottimismi antropologici né pessimismo. Rimando a E. Mounier e al suo “personalismo sociale o fraterno”. È un buon riassunto per entrare nel XXI secolo evitando gli errori del secolo precedente.

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humanae vitaetecnologia
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