Ricevi Aleteia tutti i giorni
Iscriviti alla newsletter di Aleteia, il meglio dei nostri articoli gratis ogni giorno
Iscriviti!
Aleteia

Movimento Santuario

© TERRE D'AMERICA
Condividi

Rinascono negli Stati Uniti le chiese che proteggono gli immigrati centroamericani privi di documenti

di Daniele Metelli

 

L’imperativo è “ricominciare a vivere”. Le chiese cristiane in Arizona (almeno tre, due a Tucson e una a Phoenix) hanno deciso di offrire questa opportunità agli indocumentati che rischiano di essere rispediti nei loro paesi. In un’apparente rinascita di quel “Movimiento de Santuario”, nato agli inizi degli anni ’80 negli Stati Uniti.

La “Presbiterian Church University” di Tempe, un sobborgo di Phoenix, è solamente l’ultima di una lista che con tutta probabilità è destinata ad allungarsi. Il guatemalteco Luis Lopez Alcabal, tra gli ultimi a rifugiarsi nell’edificio della chiesa, rischia di essere espulso per essere stato coinvolto in un incidente stradale. Il reverendo Eric Ledermann, rettore della comunità, ha fatto sapere in un’intervista all’agenzia messicana “Notimex”, che Lopez Alcabal si trova a Mesa (Arizona) ormai da sette anni e ha sempre dimostrato un comportamento ineccepibile sia come padre sia come marito. Sembra però che le autorità – Bureau of Immigration and Customs Enforcement (ICE) – non intendano ascoltare le ragioni di Ledermann. Da qui la decisione di ospitare Lopez Alcabal in una stanza della loro struttura, considerata area sensibile alla stregua di “scuole, templi e ospedali”, dove agli agenti dell’ICE non è consentito compiere arresti.
Una strategia del tutto simile a quella del “Movimiento de Santuario” nelle sue origini, quando centinaia di chiese in tutto il paese alloggiarono gli immigrati venuti negli Stati Uniti in cerca di rifugio dalla violenza e dalla guerra dell’America Centrale. Ma a nessuno venne riconosciuto lo status di rifugiato politico, sebbene fossero evidenti le repressioni, le persecuzioni e le violazioni dei diritti umani da cui rifuggivano. Un rifiuto dettato da un motivo politico. Concedere asilo a questi immigrati, soprattutto salvadoregni e guatemaltechi, avrebbe avuto l’esplicito significato di riconoscere le violenze subite in patria e un implicito atto d’accusa verso governi finanziati dagli Stati Uniti in funzione anticomunista.

Il “Movimiento de Santuario” nacque come risposta al dramma di chi fuggiva dal proprio paese nella fase più acuta delle repressioni. Gli attivisti del movimento decisero di applicare alla lettera il concetto biblico di santuario: aprirono le loro porte agli stranieri, vedendo in loro un riflesso del Cristo sofferente. La chiesa presbiteriana di Tucson, guidata all’epoca dal reverendo John Fife, fu la prima ad offrire asilo politico ai rifugiati. Il movimento crebbe con il crescere del flusso migratorio e molte altre chiese, sulla scia di ciò che era accaduto nel South Tucson, si unirono all’opera di assistenza.
Un altro spinoso problema restò quello dell’integrazione. I cittadini americani non sempre riuscirono a superare il pregiudizio sullo straniero e la realtà fu di fatto dominata dalla paura. Nella primavera del 2006 molti immigrati e un certo numero di comunità religiose organizzarono proteste e sit-in contro i frequenti atteggiamenti discriminatori da parte della popolazione locale. In quella stessa primavera il cardinal Roger Mahony dell’arcidiocesi di Los Angeles si pronunciò nella stessa direzione, focalizzando l’attenzione sulle dimensioni morali e umane del problema. Stabilì che il suo clero non dovesse osservare il disegno di legge 4437 approvato dalla Camera dei Rappresentanti il 16 dicembre 2005, che equiparava ad un crimine prestare aiuto a immigrati privi di documenti. Le implicazioni della dura presa di posizione non si fecero attendere. Significava affermare che la legge dello stato era ingiusta e che in tempi come quelli fosse più umano seguire le leggi della compassione che non quelle delle giustizia.

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni