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Il serial killer sceglie l’eutanasia perché abbandonato a se stesso

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© Pressmaster / SHUTTERSTOCK

Un médico

Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 16/09/14

Frank Van Den Bleeken, da 30 in carcere, chiede e ottiene la "dolce morte" per mettere fine alle sue sofferenze psichiche

Ha stuprato diverse donne e ne ha uccisa una di soli 19 anni. Per questo il 52enne belga Frank Van Den Bleeken da 30 anni sta scontando una condanna all’ergastolo. Ma da quattro anni lui ha chiesto una pena diversa: vuole morire. Ora lo Stato glielo ha concesso: potrà porre fine alla sua esistenza con l’eutanasia. Una liberazione anche per lui e le sue "sofferenze psichiche insopportabili". Ora altri 15 detenuti, in Belgio, chiedono di morire come lui (Tgcom.it, 16 settembre)

Il ruolo della solitudine nel suicidio
«Questa persona, da quello che si è letto e ascoltato, ha acquisito un approfondimento sulla sua capacità di discernimento – commenta la psicologa e psicoterapeuta Michela Pensavalli – ha ammesso di essere pericoloso per se stesso e per gli altri. Nei casi di suicidio o di tentativo di suicidio si manifesta il cosiddetto dubbio ossessivo reiterato. Una persona pensa di non poter avere alcuna via d’uscita alla sua sofferenza. Per chi è affetto da questa patologia il sostegno delle persone che lo circondano è fondamentale: ci si appella ad esse per essere aiutati e passare da uno stato di autocondanna forte ad un atteggiamento non giudicante».

Nel caso di un detenuto «non vi è la risorsa di una famiglia, di una rete psichiatrica e psicologica, non si hanno persone intorno a cui attingere forza ed energia. Si viene lasciati a se stessi». In questo contesto, prosegue la psicologa e psicoterapeuta, «la "dolce morte" è un messaggio paradossale, ambivalente, distorto; un messaggio sdoganato secondo cui di fronte a certi problemi che non trovano soluzione, l’unica via d’uscita è la morte».

La quotidianità del detenuto è complessa. Manca l’anello che può stimolare l’attivazione di quel circolo benefico che consiste nel passaggio tra l’autocolpevolezza al "non giudizio". «In un serial killer – aggiunge Pensavalli – il quadro è ancora più problematico perché siamo di fronte ad una persona che commette più di un crimine e dunque affetto da una forte distorsione nella regolazione sul piano degli impulsi».

Un paziente non detenuto, secondo l’esperta, «non avrebbe firmato l’eutanasia ma per lui si sarebbero tentate altre strade con il sostegno di psichiatri e psicologi e l’avviamento di un percorso riabilitativo che gli consente di uscire dallo stato di sofferenza che lo deteriora».

Anima disperata e senza speranza
Il giurista ed editorialista di Avvenire Giuseppe Anzani dice di essere emotivamente «in ginocchio a piangere e pregare». Ma razionalmente, a suo avviso, «quell’accaduto è l’epilogo peggiore perché si ha di fronte una tragedia umana, una disperazione dell’anima». La sua analisi va ben oltre la scelta dell’eutanasia. «Questa persona non ha saputo dare una risposta e si è arreso alla negatività, spegnendo e rinunciando a risorse come aiuto, speranza, solidarietà, psichiatra, fede, preghiera».

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