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Francia, atti di cristianofobia: impegno del Governo, ma…

© Marie ACCOMIATO/CIRIC

Giuseppe Rusconi - Rossoporpora - pubblicato il 16/09/14

Da pastorella maghrebina a ideologa sorridente della République, ma intransigente nel perseguire una rivoluzione antropologica attraverso la scuola.
Nata il 4 ottobre 1977 in un villaggio marocchino del massiccio del Rif, a quattro anni – vedi l’intervista al periodico ‘La Vie’ del 13 febbraio 2013 – Najat accompagnava il nonno a custodire le capre. Doveva essere una versione maghrebina di Heidi, tipetto elvetico di carattere. Il padre era immigrato come operaio nel settore edile in Francia poco prima della nascita di Najat, ma nel 1982 colse la possibilità data dalla norma sul ricongiungimento familiare per portare il resto della famiglia nel sobborgo di Amiens in cui viveva. Najat (che in arabo significa “salvata”) imparò in fretta il francese, ascoltava e leggeva molto (“Mi sono strappata alla mia condizione attraverso la scuola e la lettura”). Intanto la famiglia cresceva, arricchendosi di altri cinque figli. Iscritta alla Facoltà di diritto di Amiens,  Najat  ha ormai acquisito anche la nazionalità francese e completa i suoi studi presso l’Institut d’Etudes Politiques di Parigi. Conosce in biblioteca il futuro marito Boris Vallaud, poi alto funzionario socialista diplomato dell’ Ecole nationale d’amnistration, la famosa Ena ben presente nel governo Valls. Nel 2008 nasceranno due gemelli, chiamati Louis e Nour. Intanto Najat, che si dice musulmana credente anche se poco praticante (“Le radici sono importanti”), fa carriera nel partito socialista, eletta per la prima volta nel 2004 come consigliera regionale, poi scelta come portavoce di Segolène Royal per le presidenziali nel 2007 e di Hollande nel 2012. Responsabile nazionale socialista dal 2009 per le questioni di società (in particolare si occupa dei diritti Lgbt e di bioetica), ritiene che sia giunto il momento di “tradurre l’evoluzione del modello familiare nelle leggi”. Il 15 maggio 2012 viene nominata ministro dei Diritti delle donne e portavoce del governo nel nuovo esecutivo socialista. A settembre le viene affidato anche l’incarico di responsabile della “lotta anti-omofobia”, come scrive lei stessa nel suo portale “contro tutte le discriminazioni e le violenze legate all’orientamento sessuale e l’identità di genere”. Il 2 aprile 2014 le vengono aggiunti altri incarichi riguardanti città, gioventù e sport. Finalmente il 26 agosto scorso diventa ministro dell’Educazione nazionale, dell’insegnamento superiore e della ricerca (considerato il terzo ministero più importante). Come ministro dei Diritti delle donne fa approvare il 4 agosto 2014 una legge che rende più facile l’aborto e più difficile l’obiezione di coscienza nonché l’informazione antiabortista. E’ favorevole a una legge che permetta l’utero in affitto e chiede che ogni donna possa disporre liberamente del proprio corpo senza incontrare ostacoli normativi. Assiste ostentatamente al primo “matrimonio” omosessuale, ‘celebrato’ a Montpéllier. Ispira e diffonde – tra l’entusiasmo della nota lobby – l’ Abcd de l’égalité , poi accantonato nel giugno scorso a causa delle resistenze popolari. Ora però ha già dichiarato che, nella nuova veste, cercherà di imporlo a tutte le scuole. Sua anche la promozione del contestatissimo libretto “Papà porta la gonna” e l’appoggio a una decisione dell’Accademia di Nantes di chiedere agli studenti di 27 licei di vestirsi pubblicamente da donna per un giorno, così da lottare contro gli “stereotipi sessuali”.

Najat Vallaud-Belkacem, al di là dei sorrisi di cui è prodiga, è un tipo poco arrendevole. Come osserva l’abate Pierre-Hervé Grosjean – un sacerdote trentaseienne della diocesi di Versailles noto specialista di questioni bioetiche e sociali (oltre che di ‘nuova’ comunicazione) che ha dibattuto con lei in tv sul ‘mariage pour tous’- Najat “suscita un misto di simpatia e di ammirazione, ma dietro le sue parole si cristallizza una filosofia molto dura”. Che si traduce nella necessità e nell’urgenza di una rivoluzione antropologica che s’ha da imporre  senza c
ompromessi, attraverso gli strumenti fondamentali della scuola di Stato, dei media e delle leggi. Ne è ben cosciente l’intero mondo cattolico di Francia?

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Tags:
cristiani perseguitaticristianofobiafrancia
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