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Flannery O’Connor, letteratura di caduta e redenzione

Flannery O’Connor

© Public Domain

Enrique Chuvieco - Aleteia - pubblicato il 16/09/14

La scrittrice cattolica, morta di Lupus a 39 anni, è considerata uno dei vertici della letteratura nordamericana del XX secolo

Solo due romanzi, 39 racconti e volumi di lettere e saggi hanno fatto sì che Flannery O’Connor sia una delle scrittrice nordamericane più significative del XX secolo. Contemporanea di Truman Capote, Saul Bellow e John Salinger, e quindi parte della “Generazione perduta” del periodo tra le due guerre, si distingueva da loro per la sua profonda vita cattolica, autentica colonna vertebrale della sua breve vita, a cui pose fine il Lupus.

Colei che aveva scritto “Per favore, Dio, aiutami ad essere una brava scrittrice” scoprì una vocazione per il disegno già da piccolissima. Mary Flannery O’Connor nacque a Savannah (Georgia, Stati Uniti) il 25 marzo 1925 da genitori cattolici irlandesi. Il Sud degli Stati Uniti era un territorio ostile per i cattolici, e forse per questo la famiglia riceveva con piacere i visitatori che giungevano da altri luoghi e che sarebbero stati fonte di amicizie per la scrittrice nella sua età adulta.

Kafka e Joyce, degli sconosciuti
A 19 anni, Flannery si laureò in letteratura. Il suo avvenire sembrava incamminato verso il matrimonio e l’insegnamento nella scuola secondaria della località in cui viveva, ma incoraggiata da alcuni professori decise di scartare quell’opzione per andare a studiare scrittura creativa all’Università dell’Iowa, prima facoltà a istituire quella disciplina negli Stati Uniti.

In seguito la O’Connor definì quel contatto con la scrittura una frecciata: “La verità è che non ho iniziato a leggere fin quando non sono andata alla scuola di specializzazione, e allora ho iniziato a scrivere allo stesso tempo. Quando sono arrivata nell’Iowa non avevo mai sentito parlare di Faulkner, Kafka o Joyce, e men che meno li avevo letti, ma in quel momento mi sono messa a leggere tutto allo stesso tempo, al punto che non credo che su di me abbia influito un solo autore”.

Dopo aver terminato gli studi in Iowa, visse per un periodo nello Stato di New York, dove divenne amica del poeta Robert Lowell, che la presentò a colui che sarebbe diventato l’editore dei suoi libri, Robert Giroux. Risale a quest’epoca anche la sua amicizia con il traduttore e poeta Robert Fitzgerald e sua moglie.

Quando le venne diagnosticato il Lupus, malattia per la quale era morto in precedenza suo padre, abbandonò il Nord e tornò in Georgia con sua madre per scrivere, allevare pavoni, leggere opere di teologia, soprattutto San Tommaso d’Aquino, e mantenere una gran quantità di rapporti epistolari che ampliano a dismisura la sua produzione letteraria.

Certa dell’Incarnazione e della bontà del mondo
La sua passione per la scrittura non diminuì la sua fede, anche se non si faceva illusioni sull’influenza che avrebbe potuto avere con i suoi scritti presso i suoi contemporanei. “Una delle cose terribili da scrivere quando sei un cristiano – scrisse in una lettera a un’amica – è che per te la realtà suprema è l’Incarnazione (del Figlio di Dio, Gesù Cristo), la realtà presente è l’Incarnazione, e nessuno ci crede; non hai pubblico. Il pubblico è composto da persone che credono che Dio sia morto. Almeno sono consapevole del fatto che sto scrivendo per queste persone”.

La sua consistente formazione cattolica andava di pari passo con le sue esperienze personali, e la portava a dire a un’altra amica parlando delle tecniche narrative che stava maturando: “La finzione è l’espressione concreta del Mistero, un Mistero vissuto. I cattolici credono che tutta la Creazione sia buona e che la malvagità sia il cattivo uso del bene, e che senza la Grazia lo usiamo male quasi sempre. È quasi impossibile scrivere sulla Grazia soprannaturale nella finzione. Quasi sempre dobbiamo affrontare la questione in modo negativo. Quanto alla Grazia naturale, dobbiamo riceverla come arriva, attraverso la natura. In ogni caso opera circondata dalla malvagità”.

Il mondo letterario di Flannery, il Sud degli Stati Uniti, è popolato da esseri stravaganti, come un predicatore ateo che istituisce una “chiesa di Cristo senza Cristo”, un assassino nichilista, un venditore itinerante di Bibbie che seduce una donna con una gamba ortopedica di legno (nella sua Bibbia vuota tiene carte pornografiche, whisky e preservativi…).

Ciò contrastava con la sua immagine personale, simile a quella di una professoressa accogliente seduta sotto il portico di casa sua, foderata nei jeans (cosa rara per l’epoca per una donna), con una camicia a quadri e le stampelle, compagne quotidiane per aiutarla nella sua malattia.

La Chiesa senza Cristo
Al di là di questa galleria di personaggi limite che ci presenta, troviamo una scrittrice che affronta senza complessi questioni legate al fatto religioso, come la salvezza, la redenzione e la grazia, la cui arte è una lode a Dio partendo dal suo legame profondo con la Chiesa cattolica.

Al riguardo dirà: “Quando guardo i racconti che ho scritto, vedo che riguardano per la maggior parte persone afflitte e povere, sia di corpo che di anima, che hanno poco senso spirituale e le cui azioni non danno, apparentemente, al lettore alcuna sicurezza sulla gioia di vivere (…). Ciò significa che il senso della vita è centrato nella nostra redenzione da parte di Cristo, e quello che vedo nel mondo lo osservo in relazione a questo. Non credo sia una posizione da poter prendere a metà o che in questi tempi sia particolarmente facile farlo in modo trasparente nella finzione”.

“La Chiesa senza Cristo” è l’espressione che diventa il messaggio centrale del predicatore Hazel Motes in “La saggezza nel sangue”. Come dice Flannery O’Connor nel prologo, “che il fatto di credere in Cristo sia per alcuni uomini una questione di vita o di morte è stato un ostacolo costante per quei lettori che preferiscono pensare che sia una questione di scarsa importanza”. La negazione sistematica di ogni fede cristiana, che fa la Chiesa senza Cristo, alla fine non fa che riaffermarla.

Pochi anni prima di morire nel 1964 a 39 anni a causa del Lupus, si iniziò a riconoscere l’opera di Flannery negli Stati Uniti, e in seguito in Europa. Ella, che visse nel suo piccolo mondo del Sud, seppe conoscere e collegarsi come pochi altri con la portata di vita e meschinità che si annidano nel cuore umano fin dalla notte dei tempi, riscattata per sempre dal Dio fatto uomo in un’epoca e in luogo “strani” come il suo Sud paludoso.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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