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È necessario pronunciare per intero la Professione di fede?

Novena.it - pubblicato il 16/09/14

La professione ha come fine che tutto il popolo riunito risponda alla Parola di Dio proclamata nella lettura della sacra Scrittura

Mi domando se oggi abbia ancora un senso recitare, nella parte iniziale della Professione di Fede, l’espressione che dice «Dio da Dio, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre». Tale formula era stata proposta dai Padri partecipanti ai Concili di Nicea e di Costantinopoli per fissare la dottrina relativa alla natura divina di Gesù e la sua esistenza da sempre; ciò per sconfiggere definitamente le violente controversie trinitarie e cristologiche. Ho l’impressione che oggi questa questione sia stata ampiamente elaborata e metabolizzata (o semplicemente rimossa?) e che non vi sia più alcuna discussione. Eppure la Chiesa ce la fa ripetere ogni Domenica alla Messa. Vorrei sapere quale è la vostra opinione in proposito. Massimo Piccini

Risponde padre Giovani Roncari, docente di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia Centrale.

Nell’Ordinamento generale del Messale Romano, al n.67 si legge: «Il simbolo o professione di fede, ha come fine che tutto il popolo riunito risponda alla Parola di Dio, proclamata nella lettura della sacra Scrittura e spiegata nell’omelia; e perché, recitando la regola della fede, con una formula approvata per l’uso liturgico, torni a meditare e professi i grandi misteri della fede, prima della loro celebrazione nell’Eucaristia».

Il messale, dunque, non prescrive esplicitamente ed esclusivamente il credo niceno-costantinopolitano, anzi la Cei nelle Precisazioni all’introduzione al Messale (n.43), prevede e consiglia la recita del credo degli Apostoli, specialmente nel tempo quaresimale e pasquale con il richiamo alla liturgia battesimale.

Perché, allora, il credo niceno si è imposto in maniera quasi esclusiva nella liturgia eucaristica? Per la sua grande, decisiva, autorevolezza. Per comprendere questa affermazione è necessario spendere qualche parola su questa professione di fede, sulla sua formazione e sulla sua importanza. Ritengo infatti che la domanda del nostro Lettore riguardi tutto il credo niceno e non solo le espressioni citate che comunque costituiscono la parte più caratteristica della professione di fede di Nicea e che non possono essere semplicemente omesse senza compromettere in qualche modo lo stesso credo.

La qualifica «niceno-costatinopolitano» rimanda ai due grandi concili del quarto secolo: Nicea nel 325 e Costantinopoli I nel 381. Questo testo che passerà alla storia come «simbolo niceno-costantinopolitano» non è stato semplicemente formulato nei due concili ricordati, ma ripensato, riformulato, precisato… infatti la professione di fede è ben più antica, risale alle origini del cristianesimo ed è legata al conferimento del battesimo. Si parte da espressioni di fede molto sintetiche testimoniate dal Nuovo testamento «Gesù è il Signore» (Rom. 10,9; Fil. 2,11; 1Cor. 12,3 ecc..), «Gesù è il Cristo» (At.18, 5; 1Gv.2,22 ecc..). Da queste affermazioni-professioni, che sembrano essere delle acclamazioni liturgiche, si passa ad una elaborazione che allarga e approfondisce la signoria unica di Gesù, non come una affermazione teorica, ma storica, cioè inserita in quel progetto di salvezza che è iniziativa del Padre, realizzato dal Figlio, reso vivo nella storia dallo Spirito Santo: «Vi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa (Pietro) e quindi ai Dodici…» (1Cor.15,3-5). «Per noi c’è un solo Dio, il Padre, dal quale tutto proviene e noi siamo per lui; e un solo Signore Gesù Cristo, in virtù del quale esistono tutte le cose e noi esistiamo per lui» (1Cor. 8,6). E anche espressioni usate nella liturgia: «La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo…» (2Cor. 13,13). E infine la grande formula battesimale: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…» (Mt. 28, 18-20)

Naturalmente anche al di fuori del Nuovo Testamento, negli scritti subapostolici, si trovano professioni di fede espresse non tanto come affermazioni teoriche, ma come fatti concreti dell’agire di Dio. Ascoltiamo Ignazio di Antiochia, martirizzato a Roma intorno al 107 d.C. «Non ascoltate se qualcuno vi parla senza Gesù Cristo, della stirpe di Davide, di Maria, che realmente nacque, mangiò e bevve: Egli realmente fu perseguitato sotto Ponzio Pilato, realmente fu crocifisso e morì alla presenza del cielo e della terra e degli inferi. Egli realmente risuscitò dai morti poiché lo risuscitò il Padre suo e similmente il Padre suo risusciterà in Gesù Cristo anche noi che crediamo in lui, senza di lui non abbiamo la vera vita» (Lettera ai Trallesi).

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