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Molta gente fugge dalla Chiesa per paura di essere giudicata

© Valentina_A

padre Carlos Padilla - pubblicato il 12/09/14

È vero che il Cammino è solo una parentesi nella nostra vita reale, una scuola di apprendimento, una pausa per meditare sulla nostra realtà, ma forse lì impariamo ad accettare le persone senza etichettarle in anticipo, senza incasellarle, senza stabilire in anticipo cosa possiamo aspettarci da loro e quello che non ci daranno. È per questo che nella vita abbiamo bisogno di luoghi come il Cammino. Luoghi in cui essere accolti senza essere misurati in base al nostro comportamento, alla nostra idoneità, ai nostri meriti. Luoghi in cui altre persone ci amino per quello che siamo, non per i nostri successi. Luoghi in cui non ci giudichino per la nostra vita passata. Spazi in cui poter vivere senza bisogno di dimostrare sempre quanto valiamo. Luoghi in cui ci amino senza esaminare la nostra storia. Gesù ha vissuto così con i suoi. Non ha fatto un esame previo ai suoi discepoli per vedere se erano capaci e validi per la temeraria impresa di seguire i suoi passi.

Non ha voluto provare prima di chiamarli per vedere se valevano, se erano preparati, se rispondevano a tutte le aspettative. Sicuramente non avrebbero superato la prova, non avrebbero passato il colloquio di lavoro, non si sarebbero azzardati a seguire il Maestro. Per questo Gesù ha chiamato quelli che ha voluto e ha fatto di quel pugno di uomini uno spazio di famiglia, un luogo di incontro, una casa per la missione. Lì entravano tutti. Bastava voler camminare seguendo i suoi passi per far parte di quella strana comunità, uniti da un amore profondo per il Signore. Dove due o tre si riunivano, Egli era in mezzo a loro. Bastava voler sognare i suoi sogni. Bastava voler dare la vita per amore ed essere disposti a diventare pescatori di uomini. E tutto questo senza mettere da parte i propri limiti. Conoscendo la propria storia e accettandola. Conoscendo la propria povertà e la propria ricchezza. Potevano allora stare al fianco di Gesù senza dover rendere conto ogni sera.

Tutti abbiamo bisogno di un nido, di una casa in cui gettare radici. Abbiamo bisogno di una famiglia in cui riposare. Un luogo allegro in cui vivere con quella pace semplice che ha il cuore che riposa in Dio. La nostra famiglia dovrebbe esere quello spazio di allegria in cui poter riposare senza dover dimostrare nulla: «Se non trasformiamo la nostra famiglia in un regno di allegria, i nostri figli andranno a cercare altre allegrie fuori casa. In ogni comunità regnerà alla lunga un’atmosfera di allegria o un’atmosfera viziata» [1]. Servono spazi di allegria, di pace, di tranquillità, dove l’uomo possa essere se stesso. Luoghi in cui lasciare che le radici crescano profondamente. Se non è così, cercheremo fuori ciò che non abbiamo in casa. Vivremo disorientati, non avendo un nucleo. Così dovrebbe essere la Chiesa, la nostra Famiglia di Schoenstatt. Dice papa Francesco: «La famiglia cristiana esercita il suo apostolato attraverso l’ospitalità. Spalancate le vostre case e nello stesso tempo spalancate i vostri cuori. Una vera casa non può mancare di avere degli ospiti. L’arte dell’ospitalità può così diventare l’apostolato dell’ospitalità. Vivete in modo tale che ognuno di quelli che visitano la vostra famiglia desideri di vivere come voi».

Che tutti possano avere uno spazio in cui vivere. Uno spazio di libertà e di amore in cui ciascuno può agire liberamente. Diceva Jorge Bucay: «Per me, l’amore è la decisione sincera di creare per la persona amata uno spazio di libertà tanto ampio da permetterle di scegliere di fare con la sua vita, con i suoi sentimenti e con il suo corpo ci&
ograve; che desidera, anche quando la sua decisione non mi piace, anche quando la sua decisione non mi include» [2]. A volte è difficile trovare e dare questi spazi di accoglienza. Possiamo vederci diversi e ci costa amare quelli che sono differenti.

Incaselliamo gli uomini per la loro condizione sociale, per la loro provenienza, per le loro capacità, per il loro modo di essere. A volte siamo noi stessi a escluderci, senza che siano altri a farlo. L’autorifiuto ci allontana ed evita che rischiamo il dolore che può rappresentare il fatto di essere respinti. A volte molti restano senza entrare perché temono il nostro rifiuto, temono il giudizio e la condanna.

[1] J. Kentenich, Famiglia, Regno di Maria, Ritiro di Federazione di Coppie, 31. 05 – 04. 06. 1950
[2] Jorge Bucay, 20 pasos hacia delante

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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