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Milano: moschea sì, moschea no?

Mosque 01 – it

© Brian / Flickr CC

Popoli - pubblicato il 11/09/14

Le posizioni di Comune, comunità islamica e Chiesa cattolica. Il punto della situazione in vista di EXPO 2015

La grande moschea di Milano non si farà. Al suo posto, quattro luoghi di culto, non tutti islamici, in altrettante aree messe a disposizione dal Comune di Milano. La Giunta comunale ha messo così fine a un dibattito, non privo di polemiche, iniziato nel 2011 durante la campagna elettorale che ha portato Giuliano Pisapia alla guida di Palazzo Marino. È infatti in campagna elettorale che Pisapia si impegna, nel caso venga eletto, a offrire alle comunità religiose cittadine luoghi dignitosi di preghiera e di ritrovo. Dopo l’insediamento, infatti, il vicesindaco Maria Grazia Guida non solo apre un dialogo con le realtà religiose presenti in città, ma vara il primo Albo al quale queste possono registrarsi. L’Albo è un primo tentativo importante per mappare la presenza dei culti non cattolici in città.

Da parte dell’amministrazione pubblica non si tratta solo di avere una situazione il più possibile chiara delle comunità religiose per garantire loro il diritto di culto, ma anche di sanare alcune situazioni che, dal punto di vista urbanistico e igienico-sanitario, non sono più accettabili. In città sono ancora molti i luoghi di preghiera ricavati in ex magazzini, sottoscala, aree dismesse che non rispondono alle normative di sicurezza e di salubrità.

In questo contestoviene posta dalla comunità islamica la necessità di creare una moschea che possa ospitare i molti musulmani che arriveranno a Milano in occasione di Expo 2015. Una struttura che dovrebbe poi rimanere per la comunità islamica locale che ormai conta su circa centomila fedeli. Un’esigenza, quella della costruzione di un nuovo luogo di culto, che è sottolineata anche da Ada Lucia De Cesaris, il vice sindaco di Milano, che dichiara che il Palasharp (la tensostruttura che in questi anni ha funzionato come luogo di culto per gli islamici) va abbattuto e al suo posto va costruita una nuova e più accogliente moschea. «Nel 2012 quando si è aperto il dialogo con l’amministrazione comunale per trovare una soluzione al problema dei luoghi di culto – spiega Davide Piccardo, responsabile del Coordinamento associazioni islamiche di Milano e Monza e Brianza (Caim) – noi non abbiamo parlato di una grande moschea, ma abbiamo voluto confrontarci su due punti: 1) la regolarizzazione dei luoghi di culto esistenti; 2) stabilire un meccanismo per realizzare luoghi di culto. A noi interessava e interessa fissare requisiti chiari per tutti in base alle quali è possibile costruire un luogo di culto. Passando il tempo e non avendo risposta a queste nostre richieste e, contemporaneamente, aumentando la necessità di un luogo di cultoislamico in vista di Expo 2015, abbiamo lanciato una proposta per creare una grande moschea sull’area del Palasharp».

Il Caim, che riunisce 25 associazioni islamiche, sostiene di essere in grado di far fronte ai costi di abbattimento del Palasharp (600mila euro) e di costruzione della nuova moschea (circa dieci milioni). Questa proposta accende il fuoco della polemica. Consiglieri comunali di opposizione, ma anche esponenti di associazioni islamiche non aderenti al Caim iniziano a sollevare perplessità sui finanziamenti. Il timore è che dietro questa opera e dietro il diritto di culto dei musulmani si nascondano interessi poco chiari dei Paesi del Golfo. Il nome del Qatar, nazione che ha già molti interessi a Milano e che sostiene i movimenti vicini alla Fratellanza musulmana, è quello che circola maggiormente. «Ci hanno accusato di avere finanziamenti dal Qatar – osserva Piccardo -. Io non posso che rispondere che i soldi li cerchiamo dove ci sono e dove ce li danno. Se il Qatar o qualche fondazione qatariota volesse finanziare un nostro progetto noi lo accetteremmo. Dev’essere chiaro però che noi non accetteremo mai un controllo politico dei luoghi di culto da parte dei qatarioti o di chiunque ci possa finanziare».

Di fronte alle critiche, tuttavia, il Comune chiede maggiori garanzie. «Il progetto del Caim ha sollevato ampie ed esplicite critiche da parte di molti soggetti – osserva Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali e Cultura della salute del Comune di Milano -. Si è parlato di progetti di altre organizzazioni ma non è emerso nulla di concreto. Abbiamo quindi chiesto alle organizzazioni islamiche di presentare un progetto comune, ma tra loro non è stato trovato un accordo. La frammentazione del mondo musulmano è stato un buon contributo alla mancata costruzione di una moschea sul terreno del Palasharp. La debolezza della comunità islamica, e lo dico da difensore del loro diritto di culto, è un dato di fatto. Non criminalizzo quel mondo, ma prendo solo atto che i diversi flussi migratori hanno portato a una complessità di quella comunità e a problematiche che riguardano anche il fatto di mettersi in coordinamento. L’esperienza del Caim, da alcuni contestata, rappresenta comunque un primo tentativo di creare sinergie all’interno della comunità. È un tentativo importante anche se non esaustivo, anzi ha creato conflitti».

Da parte della Chiesa cattolica – che per evidenti motivi rappresenta un interlocutore chiave su questi temi – non ci sono chiusure, anzi. La Curia, tuttavia, non ha fatto mancare alcune puntualizzazioni. «Il diritto di culto non è tale finché non ci sono luoghi di culto – ha dichiarato il card. Angelo Scola nel corso di un incontro all’Università Cattolica in primavera -. Questo vale anche per i musulmani. Il problema è vedere chi sta dietro a chi domanda la moschea. E a quali condizioni: chiedersi se la comunità è effettiva e unita oppure se c’è un intervento dall’esterno, a opera di Paesi stranieri. L’intervento deve essere fatto nel rispetto delle tradizioni del Paese. La fede cattolica non ha alcuna difficoltà a dialogare con altre religioni: anzi, il dialogo interreligioso ne è una delle condizioni profonde  Si tratta solo di vedere come fare questo passo. Le istituzioni devono avere garanzie sull’uso di questo luogo, sulla lingua che deve parlare l’imam e su quali attività vi verranno svolte».

Lo scorso aprile, il Comune decide quindi di pubblicare, entro il 30 settembre, un bando nel quale mette a disposizione di tutte le comunità religiose registrate nell’Albo (le cui iscrizioni sono state riaperte) quattro aree della città sulle quali sarà possibile costruire altrettanti luoghi di culto. «Per partecipare al bando – conclude Majorino – le comunità religiose devono rispettare due requisiti: l’adesione ai valori della Costituzione italiana e l’iscrizione all’Albo delle religioni. Le comunità potranno avere bonus nella graduatoria se sono organizzazioni radicate nel territorio cittadino, operano per risolvere situazioni conflittuali, rispettano il pluralismoreligioso, offrono servizi culturali e sociali alla cittadinanza, hanno relazioni con organizzazioni internazionali e con governi di altri Paesi». Sulle quattro aree (che non sono state ancora rese note) non potranno sorgere quattro edifici dello stesso culto e i lavori di ripristino e di costruzione saranno interamente a carico delle comunità religiose.

Probabilmente parteciperà al bando anche il Caim. «Di fronte all’annuncio da parte del Comune dell’indizione di un bando di concorso entro settembre, noi non possiamo che rimanere in attesa – conclude Piccardo -. Aspettiamo di conoscere i contenuti dell’atto: i requisiti per l’accesso, le aree messe a disposizione, i criteri di
valutazione, ecc. Poi decideremo se e come partecipare. Come valutiamo il percorso compiuto finora? È un percorso con luci e ombre. Noi pensavamo di poter lavorare ad alto livello con l’istituzione pubblica e pensavamo ci fosse più coraggio da parte dei politici, invece ci siamo scontrati con un iter farraginoso, poco chiaro che ci ha lasciato con un senso di delusione. Detto questo dobbiamo riconoscere che l’autorità pubblica ha capito che i tempi stanno cambiando e che c’è la necessità di offrire la possibilità alle singole fedi di avere propri luoghi di culto. Più che un risultato pratico, abbiamo ottenuto un risultato politico: abbiamo aperto una strada nuova verso il pluralismo e la libertà religiosa».

Tags:
expo 2015islam
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