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L’ultimo abbraccio dell’Africa alle tre suore uccise

MARIJAN MURAT / DPA
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Arrestato un 33enne che ha confessato l’omicidio

Commozione. Dolore. Un forte sentimento di gratitudine. Diverse migliaia di persone hanno assistito mercoledì a Bujumbura ai funerali delle tre suore italiane trucidate domenica nel loro convento a Kamenge, nella zona nord della capitale del Burundi. Alla Messa erano presenti anche molti religiosi e decine di diplomatici stranieri che hanno voluto rendere omaggio alle anziane missionarie saveriane Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernardetta Boggian(Avvenire, 10 settembre). 

SEPOLTURA IN CONGO
Poi le salme delle tre donne sono state trasferite a Bukavu, nella Repubblica democratica del Congo. Nel vicino Paese africano le religiose avevano per anni testimoniato la loro fede, sempre al servizio dei poveri, prima di arrivare in Burundi. E lì che oggi verranno sepolte nel cimitero di Panzi, accanto ad altri missionari morti o uccisi nel Continente africano. «Non ci sarà il rimpatrio delle salme per volontà espressa dalle nostre sorelle missionarie e perché la gente, che hanno amato e servito, desidera che rimangono con loro», ha dichiarato all’agenzia vaticana Fides (10 settembre)suor Delia Guadagnini, ex superiora regionale delle Missionarie Saveriane per la Repubblica Democratica del Congo e il Burundi.

DEDITE ALLA MISSIONE
«Tutte hanno voluto ritornare nella loro missione, non per cocciutaggine, ma per dedizione. Hanno offerto la loro fragilità come avevano offerto la loro forza quando sono state per molti anni in Congo o in Brasile», dice a La Repubblica (9 settembre) una consorella delle Missionarie di Maria Saveriane, Teresina Caffi. «Non erano più in grado di fare compiti gravosi come in passato, ma volevano essere presenti tra quelle persone ancora sconvolte dalla guerra ma con la voglia di ricominciare. E volevano che quella casa a Kamenge rimanesse aperta, non si sono più tante suore giovani», fa eco Suor Giordana Bertacchini direttrice della rivista delle Missionarie.

Il "TESTAMENTO" DI BERNARDETTE
Bernardetta Boggian, di Ospedaletto Euganeo, provincia di Padova, aveva 79 anni e prima di ripartire per il Burundi dove era stata inviata nel 2007 era stata operata al femore. «Bernardetta era molto fiduciosa, la bontà in persona, era molto dolce», sorride al ricordo suor Giordana. «Nonostante la situazione complessa e conflittuale dei paesi dei Grandi Laghi, mi sembra di percepire la presenza di un Regno di amore», aveva scritto Bernardetta prima di partire per l’ultima volta.

"VA E DONA LA VITA"
Lucia Pulici ieri avrebbe compiuto 76 anni. Di Desio, provincia di Milano, era infermiera e ostetrica, ma ormai non esercitava perchè malata di cuore. Olga Raschietti, di Montecchio Maggiore (Vicenza), la più anziana, era tornata in Africa nonostante i suoi 83 anni. Avevano cercato di dissuaderla a partire di nuovo, ma lei ha lasciato scritto: «Non ho più dubitato da quando mi sono venute in mente limpidissime la parole di Gesù: “Va e dona la vita”».

ANZIANE E CORAGGIOSE
Le tre religiose erano l’incarnazione delle missionarie del terzo millennio in Africa. Per suor Anna Gastaldello, che opera a Juba, Sud Sudan, dove ha trascorso gli ultimi 16 anni dopo averne vissuti 9 in Kenya, le tre sorelle massacrate a Bujumbura sono il «suo popolo», l’altra metà del cielo missionario che, indifferente all’età in genere piuttosto avanzata, presidia i più remoti tra i villaggi africani bussando con tatto femminile alle porte non sempre spalancate di comunità tradizionali e matriarcali. «In questa società noi donne abbiamo un valore aggiunto, possiamo stare più vicine degli uomini alla gente perché siamo ammesse ovunque» (La Stampa, 9 settembre).

CAPACI E RISPETTATE
«Le italiane in Africa sono sempre meno, ora il trend si è invertito, ma quelle che sono lì resistono da decenni, da quando alla fine del colonialismo c’era un continente da ricostruire e servivano maestre, infermiere, donne capaci di interagire con le famiglie» nota suor Elisa Kidané, 57 anni, eritrea d’origine e direttrice di «Combonifem», il magazine femminile dei comboniani. ll fondatore, insiste la religiosa, fu pioniere nel puntare sulle suore: «Già nel 1870, di ritorno da numerosi tentativi fallimentari nella terra che lui chiamava “le Afriche”, padre Comboni scriveva di aver capito che la ragione dell’insuccesso nell’inserirsi nelle diverse comunità era nel non aver portato con sé le donne». Quel valore aggiunto di «Noi figlie d’Africa», come scrive nell’omonimo libro del 2006 suor Daniela Maccari, oggi «inviata» in America latina.

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