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Il segreto dell’arte? È la comunione

© Centro Aletti

Paolo Pegoraro - La Gregoriana - pubblicato il 09/09/14


Anche oggi il rapporto tra Chiesa e arte contemporanea suscita reazioni molto accese…

Quando si parla di portare l’arte contemporanea dentro le chiese non possiamo essere ingenui, cioè senza discernimento. Sarebbe bello, come diceva Giovanni Paolo II, cominciare a pensare alla cura spirituale degli artisti. Occorre frequentarli, vivere insieme a loro, dedicare tempo all’amicizia, perché, attraverso l’amicizia, si comincia a dischiudere il loro mondo più profondo. Giovanni Paolo II diceva inoltre che l’arte nel XX secolo non riesce a presentare il Risorto, perché l’artista manca ancora dell’esperienza della Resurrezione. Penso che, per poter uscire dal guscio nel quale ci ha rinchiusi il soggettivismo moderno, l’artista dovrebbe aver accesso all’esperienza spirituale. La Chiesa può aprirsi all’arte contemporanea offrendo tanti spazi che non sono necessariamente quelli liturgici. Vi sono aule, spazi espositivi, cortili, chiostri, dove possiamo “dare spazio” all’artista perché cominci ad avvicinarsi di nuovo, a incontrare una Chiesa che sensibile.

Torniamo ancora una volta alle parole chiave: relazione, comunione.

E’ una questione della vita, c’è poco da fare. Un tempo, quando un ragazzo entrava in monastero per imparare la tecnica
dell’affresco, il maestro-Padre prendeva i suoi attrezzi e colori, li rinchiudeva nell’armadio e gli diceva: “Ragazzo, prima vivrai con noi e, quando entrerai veramente nella vita nuova, sarà facile esprimerla. Altrimenti farai solo cosmetica, imitazione”. Se vogliamo cambiare qualcosa, dobbiamo partire dalla vita. Sono molto a favore di conferenze, simposi e congressi, ma il vero cambiamento avverrà attraverso la vita. Organizzare corsi per gli architetti di chiese è bello, ma anche pericoloso, perché poi si può pensare: “Adesso siamo pronti, perché abbiamo capito ”. Ma, come dice Paolo nella Lettera ai Romani, non è sufficiente capire, ci vuole l’esperienza dell’amore per le cose e per Dio. Anche per questo sono molto grato ai superiori della Compagnia di Gesù che hanno reso possibile il Centro Aletti dove si vive insieme, dove gli artisti possono attingere all’esperienza della Chiesa, e poi è tutto più facile, tutto è diverso. Normalmente, quando vado in giro per vedere gli spazi che ci chiedono di mosaicare, succede che l’architetto della chiesa dica: “Io vorrei creare uno spazio di raccoglimento”. Chiedo alle persone che celebrano in tali spazi e nessuno sente questo bisogno. Allora dico all’architetto: “Scusi, se lei vuole creare un edificio ecclesiastico, non deve cercare di fare uno spazio del silenzio, deve creare lo spazio dell’incontro. Il raccoglimento può essere nella mia stanza”. E la gente capisce: “Sì, è questo quanto cerchiamo, che entriamo in chiesa e sentiamo una comunione… qualcuno che ci vede, ci saluta”. La chiesa non è il “raccoglimento”: la chiesa è l’incontro tra il divino e l’umano.


Se le chiedessero di fare un mosaico per la Gregoriana, quale soggetto sceglierebbe?

Partirei dalla Santa Sofia, l’angelo della Sapienza divina, perché la teologia necessita del pensiero vivo, cioè ecclesiale. Partirei da lì per creare uno spazio in cui vedere che la relazione è lo spazio della conoscenza, della fede e dell’amore. La relazione. Lo dice Cristo: “Voi non mi conoscete perché non conoscete il Padre mio. Se conosceste me, conoscereste anche mio Padre” (Gv 8,19). Non è possibile conoscere l’altro, tanto più una Persona divina, se non in relazione. Quando abbiamo estrapolato la conoscenza – e con essa anche la fede dalla vita –, allora è stata possibile l’assurdità suprema: la separazione della fede dalla vita.

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Tags:
artearte sacraevangelizzazione
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