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Esiste la giustizia?

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© Public Domain

Anna Pelleri - Aleteia - pubblicato il 09/09/14

Dal mondo delle carceri una riflessione sul vero significato della parola giustizia

Sovraffollamento e indulto. Problema, soluzione. Ci hanno abituato a parlare del tema delle carceri solamente in questi termini. La mentalità comune identifica i dentenuti completamente con il loro reato e duqnue li rittiene meritevoli solo di passare il resto dei loro giorni in carcere.

Chi si chiede, invece, che cos’è davvero la giustizia, non trova nel sovraffollamento il vero problema, nell’indulto una soluzione e parte da nomi e cognomi, cioè da persone che sono ben oltre il loro reato. In Italia questo accade in pochi luoghi, come a Padova, dove la Cooperativa Giotto ha sviluppato un progetto di formazione e lavoro all’interno del carcere Due Palazzi. Occuparsi del tema delle carceri diventa allora parte di una scommessa educativa sulle persone detenute, sul loro cambiamento attraverso il lavoro. E questo spesso accade con risvolti sociali ed economici davvero rilevanti: recidiva al 2%, costi minori e quindi risparmi per lo Stato da destinare ad altro. Perché allora progetti come questo non divengono il perno delle politiche sul tema delle carceri? E’ forse necessario riconquistare il senso vero della "giustizia"?

Aleteia ne ha parlato con Nicola Boscoletto, presidente di Officina Giotto.

Boscoletto, parliamo di giustizia. Come suona questa parola a chi come voi opera da 25 anni nel mondo del carcere?

Boscoletto: Dico una cosa che per la mia esperienza è chiarissima ma che penso possa comprendere bene anche chi non ha a che fare direttamente con il mondo del carcere. Nessuno riuscirà mai ad assicurare giustizia piena. Certo alcune aspettative di singoli potranno trovare soddisfazione, ma la giustizia in senso pieno è impossibile da raggiungere. Ci sono momenti storici più “giusti” (certamente preferibili), ma la giustizia piena non si raggiunge in questo mondo. Ad esempio sto cercando di aiutare i miei figli ad abituarsi all’idea che per tutta la vita ci potranno essere ingiustizie, e che andranno certamente affrontate, ma non con il problema di ottenere un’utopica giustizia totale, ma imparando a stare di fronte alla realtà, che a volte comporta anche torti e sacrifici.

La giustizia è comunque una necessità dell’uomo. Cosa ci possiamo aspettare realisticamente?

Boscoletto: È necessario passare dalla giustizia immediata, terrena, a una giustizia che non viene da mani d’uomo, e tanto meno dai magistrati che spesso si attribuiscono un valore onnipotente. Se si ricordassero che amministrano la giustizia da uomini, quali sono, e che l’uomo in quanto tale sbaglia, avremmo una giustizia più giusta. La giustizia in questo mondo non è assoluta e l’uomo non è perfetto. Per questo prima di tutto si dovrebbe togliere dai tribunali la frase “la legge è uguale per tutti” e non certo per giustificare disuguaglianze di trattamento. Spesso situazioni identiche vengono giudicate in modo opposto. Ogni giorno incontro esempi di questa applicazione discordante della legge e vedo i torti che subiscono molte persone.

L’esperienza cristiana in che modo aiuta a vivere questa giustizia?

Boscoletto: Quello che manca e che riguarda tutti, non solo i credenti, è la dimensione religiosa, che non vuol dire essere cristiani o mussulmani o buddisti. Mi riferisco a quelle domande di senso che l’uomo ha di fronte a tutto, alle situazioni favorevoli e a quelle difficili. Che senso ha ciò che accade? Questa dimensione religiosa, questa ricerca del senso ultimo propria di ogni uomo è stata ridotta. È necessario togliere tutte le macerie che la soffocano. In questo modo – io l’ho visto con i miei occhi – in qualsiasi condizione si trovi, anche nel carcere peggiore, l’uomo ridestato può esprimere la domanda, il senso religioso e cercare la risposta. Che approdi poi all’esperienza cristiana, mussulmana, buddista in un certo senso è secondario. A noi è capitato di trovare la risposta nell’esperienza cristiana. E io ne sono contento perché credo sia quella che dà il massimo del senso e della concretezza nel presente: non riguarda cioè promesse per il futuro ma il mio vivere quotidiano. Mi fa essere contento adesso.

Spesso si parla di lavoro come ciò che dà dignità. Perché questo nella mentalità comune non vale per i detenuti?

Boscoletto: Innanzitutto c’è qualcuno che non vuole far valere questo principio. Tra questi molti funzionari e burocrati dello Stato italiano. Per costituzione lo Stato italiano dovrebbe recuperare i detenuti attraverso il pilastro della rieducazione che è il lavoro. In realtà non lo vuole fare o lo fa poco e quando ci sono esperienze che vanno bene, non sempre le sostiene. È come un pavimento con 999 piastrelle sporche e una pulita. Noi diciamo: facciamo in modo che il prossimo anno ci siano più piastrelle pulite. Invece per buona parte dei cosiddetti funzionari o burocrati dello Stato a volte sembra che sia meglio sporcare l’unica pulita, così è tutto uguale e non si vede la differenza. Anche perché pulirne due, quattro, sei… metterebbe in evidenza che in realtà qualcosa si può fare, anzi molto.

Anche papa Francesco ripete spesso che il lavoro dà dignità.

Boscoletto: Lo ha detto in vari interventi, ho presente in particolare il bellissimo discorso ai lavoratori in Sardegna. Ma perché le parole del Papa non rimangano lettera morta, occorre che il lavoro non sia svuotato del suo significato, cioè di qualcosa che viene prima dello stipendio. Lo stipendio è una componente necessaria del lavoro, ma non l’unica né la più importante. La parte più importante è quella che ti fa capire chi sei, cosa ci fai al mondo, a cosa serve quello che fai. Quella per cui capisci che il lavoro contiene un elemento fondamentale per il compimento della persona, per la tua realizzazione. Paradossalmente chi non ha lavoro capisce meglio queste cose. Chi invece ce l’ha, non sempre lo capisce. Dovremmo farci tutti un selfie quando entriamo al lavoro il lunedì mattina: cosa esprimono le nostre facce in quel momento? Per tantissimi nostri lavoratori del carcere il sabato e la domenica sono i giorni peggiori, perché sono quelli in cui si è costretti all’ozio. Il lunedì mattina per loro è il momento migliore. In un momento storico di crisi soprattutto occupazionale, chi può lavorare ha una grossa responsabilità. Deve decidere come tratta questo tesoro che ha in mano. Altrimenti lui con il suo lavoro diventa parte di una degenerazione, non di una costruzione.

Il lavoro ai detenuti è un tema spinoso, che non trova molti consensi nella società.

Boscoletto: L’opinione comune dice: “Perché lo Stato deve mettere dei soldi per sostenere attività lavorative di delinquenti quando non abbiamo lavoro neanche noi? Che stiano in carcere e che paghino”. Partiamo dalla conclusione: “che paghino”. È falso. Loro non pagano. Siamo noi che paghiamo più di 250 euro al giorno per ogni detenuto, quasi centomila euro l’anno. Gli paghiamo un master di delinquenza, visto che entrano principianti ed escono delinquenti collaudati, pronti a reiterare il reato o peggio. Miliardi di euro come costi ordinari ogni anno per produrre una recidiva tra l’80 e il 90 per cento: un fallimento totale.

L’alternativa?

Boscoletto: Quando si avviano programmi rieducativi veri, non sussidi che non servono a nulla, la recidiva crolla al 2 per cento. Questo vuol dire che ogni milione di euro investito per recuperare queste persone attraverso il lavoro ne fa risparmiare nove. Nove milioni meno uno, fa otto. Otto milioni che si potrebbero destinare ai disoccupati, ad esempio, oppure alle scuole, al sociale… Creare un sistema virtuoso di questo tipo significherebbe reinvestire nella società otto, ottanta, ottocento milioni.

Detta così, è la quadratura del cerchio. Far uscire dal carcere persone migliori e recuperare fondi per le emergenze sociali. Domanda ingenua: perché non si fa?

Boscoletto:  Intanto c’è un problema culturale. La gente ripete in buona fede queste frasi, perché male informata e male indirizzata. C’è poi chi usa questi argomenti a scopo propagandistico e speculativo per prendere voti, disinteressandosi di cosa è veramente giusto e di cosa porta davvero a risparmiare i soldi pubblici. Poi c’è chi lo fa evidentemente in mala fede perché su queste cose girano tanti soldi, potere, cariche… Per ultimo, va detto che quando le cose non vanno, soprattutto in Italia, è sempre colpa degli altri, per cui se i detenuti escono peggiori di come entrano è solo colpa loro. Il carcere invece è frutto di una società. I detenuti sono figli nostri, di questa società. Per avere frutti buoni bisogna intervenire sull’albero. Oggi invece la nostra società crea luoghi in cui “buttare” i cattivi, così noi rimaniamo fuori con la coscienza tranquilla e loro stanno dentro, possibilmente per sempre o più a lungo possibile.

Come sensibilizzare l’opinione pubblica?

Boscoletto:  Ognuno ha il suo compito. Cercare di raccontare le cose come stanno, ad esempio, è un contributo importante. E forse oggi i media lo fanno con più coscienza rispetto a qualche anno fa. Quanto a noi, a volte hai l’impressione che il mondo si divida tra il 90 per cento di chi dice cosa è giusto fare e un 10 per cento che fa. Noi per quanto ci riguarda cerchiamo di fare il nostro lavoro meglio che possiamo. Questo contributo, per quanto piccolo, è un invito, un modo per dire: “Fai anche tu!” Quindi il nostro primo apporto lo diamo cercando di fare bene il nostro lavoro e di mettere sul mercato i nostri prodotti. 

Nicola Boscoletto con alcuni detenuti della Cooperativa Giotto 

Tags:
carceregiustizia
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