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A Ninive tra le sofferenze dei cristiani

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Roberta Sciamplicotti - Aleteia - pubblicato il 09/09/14

Un sacerdote testimonia la drammatica situazione dei fedeli di quella parte dell'Iraq

Come in molte parti dell'Iraq, anche a Ninive i cristiani affrontano quotidianamente pericoli e sofferenze. Si è fatto portavoce della loro situazione don Benham Benoka, sacerdote di Bartella, piccola città cristiana nella Piana di Ninive caduta nelle mani dell'ISIS.

Qualche tempo fa, don Benham aveva inviato al papa una “lettera di lacrime” scritta “in mezzo a un grande branco di lupi feroci”.

“Santità, la situazione delle tue pecorelle è miserabile, muoiono e hanno fame, i tuoi piccoli hanno paura e non ce la fanno più”, aveva scritto. “Noi, sacerdoti, religiosi e religiose, siamo pochi e temiamo di non poter rispondere alle esigenze fisiche e psichiche dei tuoi e nostri figli. Vorrei ringraziarti tanto, anzi tantissimo, perché ci porti sempre nel tuo cuore, mettici lì sull’altare ove celebri la Messa affinché Dio cancelli i nostri peccati e abbia misericordia di noi, e magari tolga da noi questa calice” (Famiglia Cristiana, 8 settembre).

“Santità”, concludeva il sacerdote, “temo di perdere i tuoi piccoli, soprattutto i neonati che ogni giorno s’indeboliscono di più, temo che la morte ne rapisca alcuni. Mandaci una tua benedizione per aver la forza di andare avanti e magari possiamo resistere ancora. Ti voglio bene”.

Don Behnam aveva inviato la lettera tramite il sistema di messaggistica Viber all'amico giornalista Alan Holdren, che era sul volo papale di ritorno dalla Corea e l’ha fatta avere al papa. Il pontefice ha telefonato al sacerdote all’indomani del suo ritorno in Italia, il 19 agosto.

“In quel momento, mi trovavo in macchina e mi sono commosso; mi ha parlato con semplicità e misericordia, da padre, assicurando la preghiera per tutti noi, per i malati, il clero e i profughi”, ha confessato don Benham, che è anche vicerettore del seminario cattolico e ora si trova ad Ankawa, sobborgo a maggioranza cristiana a nord di Erbil, capitale del Kurdistan iracheno.

“Ogni giorno è sempre peggio”, ha osservato. “La fatica aumenta, le nostre forze vengono meno. Ad Ankawa abitavano 15mila persone, ora si sono aggiunti 60-70mila profughi. Serve tutto, dal cibo ai materassi, mentre parchi, chiese, scuole, centri culturali e il nostro santuario di Mart Shmoni stanno ospitando gli sfollati. Molte famiglie hanno perso tutto, anche i documenti. C’è chi ha parenti uccisi o rapiti”.

“Da Qaraqosh, dove avevamo il seminario diocesano ora trasferito ad Ankawa e unito a quello caldeo, le notizie sono ancora meno: chi non paga una sorta di tassa aggiuntiva, viene costretto a convertirsi o ucciso. Rimangono 60-70 cristiani, anziani, bambini e giovani ragazze, in molti casi vendute”.

I profughi vogliono chiedere asilo all’estero, in Australia, Europa e America, come hanno già fatto molti; altri sono andati in Libano, Giordania e Turchia per chiedere rifugio attraverso l’Unhcr, e “aspettano risposte”.

“Quasi tutti pensano che il futuro in Iraq non sia più possibile”, ha riconosciuto il sacerdote. “Come potrebbero pensare altrimenti quando il vicino di casa, con cui coabitavi da anni, ti ha rubato tutto?”.

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