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Quel San Francesco così attuale della Leggenda dei tre compagni

San Francesco d’Assisi

© Public Domain

Emanuele D'Onofrio - Aleteia - pubblicato il 08/09/14

In uscita una nuova edizione del piccolo testo biografico scritto alla metà del Duecento

Un nuovo capitolo si aggiunge all’affascinante storia delle fonti francescane. La cosiddetta Leggenda dei tre compagni è il testo che risale al 1246 e che deve il suo titolo alla lettera insieme alla quale venne reso pubblico molti anni fa. Lettera firmata dai tre compagni di Francesco: Leone, Rufino ed Angelo. In realtà, lo si capì nel corso dei secoli successivi, quei tre nomi non avevano nulla a che vedere con la composizione del testo, dal momento che quella lettera venne aggiunta solo successivamente. Tuttavia il titolo del testo è rimasto, insieme però ad un certo alone di mistero rispetto a chi fosse il vero autore. Oggi una nuova edizione della Leggenda dei tre compagni (Paoline, 2014) ci offre un’ipotesi davvero suggestiva: a scriverla sarebbe stata un laico, concittadino e contemporaneo di Francesco. Ne parliamo con colui che è giunto a questa conclusione, e che ha ritradotto e curato questa edizione, don Felice Accrocca, docente di Storia della Chiesa presso la Pontificia Università Gregoriana.

Che Francesco ci racconta questo testo?

Accrocca: La Leggenda dei tre compagni si concentra sul percorso di conversione di Francesco. I tre quarti del testo ci parlano dei primi anni. Questo fa sorgere tante domande. Probabilmente all’inizio questo testo non era tanto una vita completa, ma si proponeva di scrivere alcune fasi della vita di Francesco sulle quali la prima opera, quella di Tommaso da Celano, era stata molto negativa. Tommaso aveva dipinto un Francesco pre-conversione come un “debosciato”, come un uomo eccessivamente vanitoso, i genitori come eccessivamente tolleranti. Aveva dato una visione piuttosto negativa della famiglia e anche della classe mercantile di Assisi della quale quella era espressione. Per questo la città di Assisi reagì duramente. Bisogna tener presente che la vita di un santo era un volano pubblicitario nel Medioevo, e gli assisiani non ci stavano alla rappresentazione ombrosa che Tommaso aveva dato di loro. Tra l’altro potevano dire: “noi l’abbiamo conosciuto molto più di te”. Per questo, quando a circa venti anni dalla morte di Francesco emerge il bisogno di completare la prima vita di Tommaso, perché ci si rende conto che molte cose erano rimaste fuori, gli assisiani capiscono che è il momento di dire la loro. Fanno scrivere allora ad uno del luogo questo testo. È difficile dire a chi, ma la mia proposta è che questa sia l’unica “vita” di tutto il corpus delle fonti agiografiche su Francesco che è scritta da un non frate, se non addirittura da un non chierico. E questo autore, deputato dai cittadini, dalle classi più potenti e forti, riscrive, usando fonti precedenti e ricordi personali di chi aveva conosciuto Francesco, le prime fasi di quella storia. O meglio, a quelle prime fasi dedica un’attenzione particolare. La fonte si rivela preziosissima perché contiene una miniera di informazioni inedite: sono episodi straordinariamente belli, tanto poi che Tommaso da Celano, completando la sua prima opera, se ne servirà. Io lo considero un testo di prim’ordine, con cui i compagni di Francesco hanno poco a che fare. Sono i concittadini di Francesco, i laici, che descrivono il loro Francesco.

Così essi si riappropriano di colui che avevano allontanato?

Accrocca: In qualche modo è così. I cittadini di Assisi erano anche dei buoni commercianti, Tommaso lo dice già e tutte le fonti lo mostrano con chiarezza. Essi avevano tutto l’interesse a riappropriarsi già del corpo di Francesco, tanto che negli ultimi mesi di vita lo fanno scortare dalle guardie armate per paura che lui muoia altrove ed altri se ne impossessino. È una storia non sempre edificante la loro, ma quando Tommaso dà una visione così negativa nella quale la loro città viene colpita, considerano questa una pessima operazione di marketing a loro danno, e tentano in qualche modo di dare una visione più oggettiva delle cose. È così che ci danno tante informazioni di prima mano, spesso confermate dal confronto con altre fonti. Ad esempio, questa è l’unica fonte che ci dice che il padre di Francesco, durante lo scontro con il figlio, lo cita davanti ai consoli. E Francesco non va dai consoli perché si ritiene al servizio di Dio e così facendo si pone sotto la tutela di un altro foro, quello ecclesiastico. È allora che il padre lo fa chiamare dal vescovo. L’unica fonte che faccia menzione dei consoli in questa vicenda è la Leggenda, ma è vero che quegli anni sono gli ultimi ad Assisi della fase consolare prima del passaggio alla fase del potestà. Ci troviamo di fronte ad una fonte che va presa in grande considerazione.

Rispetto alle altre “vite”, questa fonte come venne ricevuta dalla Chiesa?

Accrocca: Questo testo in realtà non entra subito in circolazione. Infatti non abbiamo codici anteriori all’inizio del XIV secolo: questo può non voler dire tutto, ma certamente dice qualcosa. Voglio dire che all’inizio questo testo non fu destinato alla pubblica lettura, ma fu preparato e inviato al Ministro generale, perché questi aveva chiesto, con una lettera circolare, che chiunque potesse gli inviasse i propri ricordi. Lo scopo era quello di completare così l’opera di Tommaso. Quindi gli assisiani non pubblicarono il testo, ma lo inviarono al Ministro, il quale poi lo passò a Tommaso. Dopo Tommaso arrivò Bonaventura. Teniamo conto che alla metà del Duecento la vita di Francesco si presentava spezzettata in varie opere. Questo non facilitava la lettura, così l’ordine decise che di tutte le vite di Francesco in circolazione se ne facesse “una buona”, come se tutte le vite precedenti non fossero buone. Così si diede mandato a Bonaventura, nel 1960. Nel 1963 lui terminò la Legenda Major, al capitolo di Pisa venne approvata, e tre anni dopo si decise di distruggere tutte le biografie che l’avevano preceduta. Difatti della Vita di Tommaso noi non abbiamo che pochi codici. D’altronde anche a livello legislativo ci si comportava così: fatte le nuove leggi si distruggevano le vecchie per non creare confusione. Nel 1276, al capitolo di Padova, l’ordine fa marcia indietro e chiede: tutto quello che si può recuperare si recuperi. È in questo momento che quei materiali che tra il 1244 e il 1246 erano arrivati al Ministro generale ed erano serviti a Tommaso, quelli che non erano caduti sotto il decreto e che si erano salvati, vengono tirati fuori. È così che la Leggenda dei tre compagni, scritta per uso privato, diventa pubblica, e che ad essa si aggiunge la lettera che i compagni di Francesco avevano scritto al Ministro generale per rispondere anche loro a quella richiesta di notizie.

Quale novità presenta questa nuova edizione?

Accrocca: C’è una ricostruzione del testo molto curata, accompagnata da abbondanti note di spiegazione. Anche la traduzione, che si serve delle fonti francescane, in alcuni punti è rivista. Il valore di un lavoro del genere comunque sta nel mettere in circolazione in maniera autonoma, al di fuori del complesso enorme delle fonti dove sono raccolte più di venti opere, questo testo delizioso. Solitamente un testo agiografico medievale per sua natura riesce raramente a mostrare lo sviluppo di una coscienza in evoluzione. Le vite dei santi più o meno obbediscono tutte ad un doppio canovaccio: o questi santi nascono santi nel seno materno oppure da gran peccatori diventano poi grandi santi. Invece la Leggenda è scritta da un autore che non conosce leggi del genere,
e proprio per questo ne evita i limiti. Per questo è un testo vicinissimo alla sensibilità moderna, perché mostra il travaglio di Francesco, la sua fatica di conversione, il suo percorso un passo avanti e un passo indietro, le lotte con se stesso, le cadute: è questo il suo fascino. 

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san francesco d'assisistoria della chiesa
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