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La morte e il morire, un’esperienza di cui riappropriarci

© Otna YDUR / SHUTTERSTOCK
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L’ultimo numero di Studia patavina esplora come stia cambiando il modo di affrontare l’ultimo atto della vita

Morire, è questa l’idea di Heiddeger insieme ad altri pensatori del Novecento, è l’esperienza più autenticamente umana tra tutte. Eppure nello stesso secolo la tecnologia ha accompagnato il montare di una paura nell’individuo occidentale rispetto al “passo estremo”. Un montare, questo, dovuto in buona parte all’attaccamento che ha coinvolto le nostre società a stili di vita materialistici e al conseguente abbandono di simboli e riti che davano valore alla nostra vita spirituale. “La morte e il morire: oltre il paradigma della rimozione”, l’ultimo numero di Studia Patavina, la rivista della Facoltà Teologica del Triveneto, affronta questo tema sotto vari punti di vista – da quello sociologico a quello bioetico, da quello pastorale a quello medico – in una serie di contributi che raccontano, tra le altre cose, di segnali d’inversione di tendenza rispetto alla nostra paura della morte. Aleteia ha intervistato il professor Antonio Da Re, docente di Storia della Filosofia morale e di Bioetica all’Università di Padova, che ha coordinato la pubblicazione.

È ancora forte la paura di morire nella cultura occidentale?

Da Re: La questione della cosiddetta rimozione della morte sta subendo un ridimensionamento. Per decenni molti studi, anche prestigiosi, hanno sottolineato come nella vita quotidiana si tendesse a rimuovere il pensiero della morte: soprattutto con l’evitare che i bambini vedessero il morto, che si parlasse in pubblico della morte, ecc. Una volta il tabù era il sesso, poi è diventata la morte. La nostra ipotesi interpretativa è che questa questione della rimozione sia ancora presente, ma stia subendo un arretramento, tant’è che della morte si ricomincia a parlare: come questione bioetica, ad esempio, ma non solo in quanto demandata agli esperti, ma proprio in quanto interessa alle persone. Pensiamo al caso di Eluana Englaro, che qualche anno fa divise in modo molto deciso l’opinione pubblica italiana.

Perché se ne ricomincia a parlare?

Da Re: Probabilmente perché le famiglie fanno esperienza di un riavvicinamento alla morte da parte dei propri cari che molto spesso è assai prolungato: questo obbliga a gestire tutte le difficoltà di un’esistenza quotidiana faticosa, divisa tra lavoro, impegni familiari e assistenza ospedaliera, lunga anche molti mesi, ma al tempo stesso produce una sorta di training al pensiero della morte per esempio della propria mamma anziana o del proprio papà anziano. È un pensiero che si radica via via, lentamente. Questo pensiero della morte si accompagna molto spesso ad una riflessione anche critica sulle condizioni del morire. Ad esempio, nel dossier c’è un intervento di Valter Giantin che rende conto di questo processo di “medicalizzazione della morte” – che poi non è che il rovescio della medaglia della “medicalizzazione della vita” – il quale utilizza espressioni molto forti, come “ideologia vitalistica”, “affidamento di poteri alla tecno-medicina”. C’è un prolungamento del vivere che spesso è un prolungamento di un’agonia, si parla di “esistenza medicalizzata”, di “ostinazione vitalistica”. Sono espressioni molto forti, rispetto alle quali qualcuno propone quella che risulta essere una sorta di scorciatoia, l’eutanasia, spesso invocata come soluzione quasi magica. Ma se l’eutanasia venisse legalizzata, ciò comporterebbe una serie di problemi gravi, a cominciare dal rischio di non poter tutelare le vite più indifese, delle persone più vulnerabili e socialmente più esposte. La soluzione che traspare – in alcuni interventi della ricerca – è di ridimensionare questo approccio ipertecnologizzato della medicina: e l’invito rivolto ai medici è di esercitare una medicina del limite, che eviti interventi sproporzionati e gravosi per il paziente, e di riscoprire la dimensione che è loro propria dell’intervento curativo anche laddove non possa essere più finalizzato alla guarigione. Anche attraverso la valorizzazione della medicina palliativa, quindi, è possibile andare verso un riappropriarsi della morte, evitando una sua delega all’apparato molto spesso anonimo del mondo tecnico-medico.

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