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Spiritualità

La difficile arte di imparare ad abbandonarsi nelle mani di Dio

© Public Domain

padre Carlos Padilla - pubblicato il 05/09/14

Perché costa tanto accettare che Dio ci ama anche se non lo meritiamo?

La vita non ci sorriderà sempre. A volte la tormenta, il vento che ci sferza la faccia, sembrano essere un ostacolo nel cammino e mettono in pericolo la stabilità delle nostre basi: “La barca intanto distava già qualche miglio da terra ed era agitata dalle onde, a causa del vento contrario”. In quei momenti, come i discepoli, abbiamo paura e ci spaventa l’idea di perdere la vita. Dimentichiamo che nell’oscurità Gesù è al nostro fianco, camminando sulle acque, disposto a calmare la nostra ansia: “Verso la fine della notte egli venne verso di loro camminando sul mare. I discepoli, a vederlo camminare sul mare, furono turbati e dissero: ‘È un fantasma’ e si misero a gridare dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro: ‘Coraggio, sono io, non abbiate paura‘”. 

Le parole di Gesù ci tranquillizzano, ci fanno avere speranza, sollevano il nostro animo abbattuto. Ci tolgono quella paura malata che spesso ci paralizza. Non vogliamo aver paura, anche se sappiamo che è un sentimento frequente nel cuore. La nostra vita è molto fragile, e una decisione di un momento può cambiare tutto. Un evento inaspettato, una diagnosi che non ci aspettavamo…

L’altro giorno una persona mi diceva: “Sono convinta che Dio faccia tutto bene e permetta questa sofferenza per santificare attraverso di essa mio padre. Per cos’altro siamo qui se non per aspirare alla Vita Eterna? Confido nel fatto che Dio continuerà a permetterci di vivere questi momenti abbandonati al suo infinito amore”. Vivere così nella turbolenza delle onde, nell’instabilità della barca della vita che sembra sul punto di naufragare, è un autentico miracolo, un dono di Dio, un’opera d’arte realizzata dallo Spirito Santo in noi.

La cosa certa è che non viviamo sempre con la sicurezza di sapere che è Cristo che cammina al nostro fianco, e sorgono i dubbi: “Pietro gli disse: ‘Signore, se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque’”. Pietro chiede una prova ragionevole perché dubita; o meglio, vuole un miracolo, qualcosa di straordinario che aumenti la sua fede. Non si conforma alla voce di Cristo, non crede che sia davvero Lui, crede che si tratti di un fantasma, o forse di un prodotto della sua immaginazione timorosa.

Molte persone vedono che la loro vita di fede si indebolisce senza poter fare nulla. Non hanno fiducia e non sanno abbandonarsi, dubitano, non vedono Dio e vogliono controllare tutto. Padre Kentenich ce lo ricorda: “Viviamo in un’epoca di indebolimento della fede e della vita di fede. Soprattutto in tempi come questi, esistono molte persone che per la loro conversione aspettano miracoli e segni straordinari, visibili, palpabili”.

La fede indebolita cerca segni che ci ricordino se percorriamo la via giusta. Cerca fatti straordinari. Il cuore vuole incontrare Dio, vuole camminare con lui, come dice il salmo: “Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza. Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto” (Sal 85, 9ab-10. 11-12). È la fede che vuole costruirsi su segni indiscutibili, segni sorprendenti che convincano.

Quando si verificano, tuttavia, come riferisce Wanda nel diario sulla sua amicizia con Giovanni Paolo II, non è tanto facile accettare la gratuità dell’amore di Dio, credere che Dio si manifesti miracolosamente nella nostra vita. Quando Wanda vive il miracolo della sua guarigione e verifica che il tumore è scomparso, non riesce a sopportare quella liberazione miracolosa:

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