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Cari studenti non rassegnatevi alla stanchezza

© wavebreakmedia/SHUTTERSTOCK

Alessandro D'Avenia - Prof 2.0 - pubblicato il 04/09/14

Un ragazzo mi aveva scritto (in quanto insegnante-scrittore) di sentirsi abbandonato dai suoi genitori, benché siano vivi e gli garantiscano agi e oggetti. Si lamentava del fatto che fossero troppo presi dal lavoro e quindi di avere poco tempo per stare con lui in cose semplici come guardare una sua partita di calcio. Gli avevo suggerito di parlarne con loro, con questo risultato: “Ho provato a parlare con loro e fargli capire quali fossero i valori importanti della vita, ma niente, sono stato giudicato come viziato. Sembra assurdo anche a me, ma sono arrivato a combinare guai apposta anche solo per farmi mettere in punizione (cosa che non è mai successa) e impegnare una parte dei loro pensieri. Sono deluso perché tutto ciò che avrei voluto mi fosse insegnato da loro è ciò che dovrei insegnare io, non riconosco più in loro il ruolo di genitori! Sono orfano sebbene fisicamente esistano i miei genitori! L’unica cosa che ho imparato e che uno sguardo o un abbraccio sono in grado di annientare tutti gli oggetti che esistono e sarà la prima cosa che insegnerò ai miei figli!”.

Non credo che queste righe abbiano bisogno di commenti: chiedono uno sguardo. A volte la famiglia non riesce a dare questo sguardo e potrebbe essere la scuola, con insegnanti chiamati ad essere ottimi conoscitori della loro materia, ma anche capaci di guardare agli studenti, e non solo a dare dei voti a prestazioni, necessarie certo ma insufficienti se non inquadrate all’interno della relazione educativa nella sua ampiezza.
La controproposta alla società della prestazione è la relazione, di cui famiglia e scuola sono portatrici indispensabili alla società, se sostenute nella loro vocazione originale e originaria.

Qualche giorno fa sostavo su una spiaggia e ascoltavo il rumore del mare e di bambini che giocavano sulla battigia. In particolare intercettavo la voce di una bambina che costruiva qualcosa con le sue formine di plastica. A intervalli regolari chiedeva al padre, perso in un libro, di guardare cosa aveva fatto. Il papà la accontentava sollevando lo sguardo dalle pagine, ma ad un certo punto la piccola gli ha chiesto di andare a vedere da vicino: voleva lo sguardo del padre tutto intero. Lui si è alzato e ha ammirato le composizioni della figlia, che gliele ha illustrate una per una.

Il mio augurio a genitori e insegnanti (a me in primo luogo) quest’anno parte da questa bambina e da questo padre: avere la pazienza e il tempo di ascoltare i richiami alla relazione, senza fermarsi soltanto a giudicare la prestazione, spesso inadeguata (e da segnalare senz’altro come tale), ma andando oltre, nell’ampiezza della vita (perché non affrontare i colloqui con gli insegnanti prima che i figli ricevano i voti?). Alla bambina interessava sì ciò che aveva fatto, ma soprattuto che il papà guardasse lei. Perché tutto quello che aveva fatto esistesse veramente. Perché lei esistesse agli occhi di qualcuno non distratto. E non uno qualunque, ma qualcuno i cui occhi la ri-guardavano, cioè erano chiamati a guardarla ancora e ancora.
La Stampa, 3 settembre 2014

***
Ciò che va nutrito, al di là delle prestazioni… Un video che riassume l’articolo. Tratto da un film imperdibile.


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Tags:
educazionescuola
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