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I papà sono insostituibili

© Domitilla Ferrari
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Un padre ti prepara ad esplorare il mondo. Resta ad aspettarti e ti lascia andare ma tu sai sempre dove ritrovarlo

di Giuliana Zimucci

Una ragazzina di 11 anni piange perché non ha un papà. Non piange a casa davanti alle sue due mamme, no. Non ce la farebbe a spiegar loro, da cui pure si sente voluta bene, cosa le manca, forse perché anche lei non sa bene cosa significhi questa mancanza. Solo la avverte quando sta insieme alle sue amiche che raccontano cos’hanno fatto nel fine settimana coi loro genitori.

È la mancanza di un rapporto con una alterità, con un altro mondo, diverso e complementare. E così Caterina (nome di fantasia) piange a scuola, sfoga tutte le sue lacrime nel cambio dell’ora o durante la ricreazione. Qualcuno, anche gente importante, di quelle persone che contano nei tribunali e in politica e sui giornali, le ha detto che non c’è motivo di essere tristi. In fondo lei ha due mamme, e chi meglio di una mamma può asciugare le sue lacrime o consolarla per una tristezza indefinibile? Figurarsi se le mamme sono due! Chi ti protegge e si prende cura di te meglio di due mamme?

Eppure Caterina è meno sola delle sue compagne di scuola. Una di loro è orfana da un paio di anni ma le è rimasto il ricordo del papà che se la portava in giro sulle spalle quando era piccola, o che le aveva insegnato ad andare in bici senza rotelle ai giardinetti. E poi ha delle foto, dei ricordi, e può continuare a contemplarne la faccia per cercare le somiglianze, per vedere se crescendo avrà la sua fisionomia o qualcosa del suo carattere. Lei invece non ha un volto da ricordare, per vedere se la sua fossetta nel mento l’ha ereditata dal donatore che in una clinica di un paese x ha messo il suo sperma in una provetta, forse in un gesto considerato altruistico, forse più probabilmente per denaro. E non ha nessuno a casa da aspettare la sera del 19 marzo per dargli il lavoretto della festa del papà. Anzi, nella scuola elementare che frequentava decisero che non ci doveva essere nessuna festa del papà da celebrare per rispetto suo. Ma lei ha pianto lo stesso, perché anche se tenti di cancellare una festa quella data sul calendario arriva lo stesso e l’assenza si fa sentire anche se non hai mai sperimentato la compagnia di un babbo. Ora che è alle medie ha nuove compagne e compagni.

I ragazzi a 11 anni cominciano a fare i primi passi nel mondo dei grandi e se le madri accondiscendono un po’ alle loro ribellioni ci sono anche i padri a porre un limite, a dare un perimetro per quello spazio che è il campo di gioco del rapporto genitori-figli. Caterina non riesce a trovare nelle sue mamme questa possibilità di relazione. Ogni tanto la prima mamma e la seconda si scambiano i ruoli, una impone regole e l’altra cede, poi viceversa. Oppure le danno una tale attenzione da non lasciarla respirare. Quanto sarebbe stato bello avere un papà di quelli che ti fanno volare in aria e ti riprendono con mani sicure e ferme! Ma sarebbe stato bello anche avere un babbo poco avventuroso e comunque solido per presenza, il cui sguardo ti fa sentire bellissima, unica, o anche un papà rompiscatole che vuole sapere con chi esci, dove vai e a che ora pensi di tornare.

I papà sono insostituibili. Ti preparano ad esplorare il mondo. Restano dove sono ad aspettarti e ti lasciano andare ma tu sai sempre dove ritrovarli. Si portano in tasca la tua foto e la mostrano con orgoglio ai colleghi. Per le bambine i papà rappresentano il primo incontro con un emisfero diverso dell’umano. Per i maschi sono l’esempio da imitare, in atteggiamenti, risposte emotive, elaborazione di pensieri.

Potrà una sentenza di tribunale, o una legge, dire a Caterina che devono bastarle due mamme? Ora che lei si affaccia al mondo e le sue domande di felicità e compiutezza si fanno più pressanti, chi le risponderà? Cosa può dare una coppia cosiddetta “omogenitoriale”? Certamente non le saranno negati affetto, cura, abiti, istruzione e altre cose materiali. Ma le sue lacrime dovrebbero lasciarci almeno un dubbio. Non possono essere ridotte solo al confronto con gli altri, la cui colpa sarebbe di non far sentire abbastanza “uguali” i figli di queste coppie.

I ragazzi come Caterina sono nati fuori da una naturale relazione uomo-donna, ma da un atto volontario di manipolazione delle cellule. Scavalcare la natura (e non si capisce qui come mai per i pomodori non vada bene la creazione in laboratorio, ma per gli umani nulla da dire) può avere conseguenze imprevedibili. Le domande ultime dell’essere umano, e ce le hanno tutti gli esseri umani, anche quelli generati artificialmente, non possono trovare esaurimento in una coppia che ha costituito il suo desiderio di genitorialità (pur comprensibile) a centro del proprio agire. Mi si dirà che ciò vale anche per le coppie eterosessuali. E’ vero. Ma nella famiglia naturale c’è ancora la possibilità che si procrei in vista di un bene che sta fuori di sé, un’ipotesi positiva a cui introdurre il figlio, e non in miope contemplazione del proprio ego e del proprio desiderio che non ha radici nella realtà fattuale.

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