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Divorzio, indissolubilità e perdono

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Vinonuovo.it - pubblicato il 03/09/14

Verso il Sinodo sulla famiglia una riflessione pubblicata su «La Croix» da Xavier Lacroix, filosofo e teologo morale dell'Università Cattolica di Lione

Nel cammino di avvicinamento verso l’appuntamento con il Sinodo sulla famiglia il quotidiano cattolico francese La Croix ha pubblicato qualche giorno fa questo intervento di Xavier Lacroix – filosofo e teologo morale dell’Università Cattolica di Lione, a lungo collaboratore degli organisti pastorali della Chiesa francese sulla pastorale della famiglia – che prova andare oltre a un semplice "sì" o "no" sul tema dell’accesso ai sacramenti. La proponiamo all’attenzione e al dibattito dei nostri lettori.

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Il problema detto dei "divorziati-risposati" è troppo spesso invadente, per almeno due ragioni: da un lato non tutti i divoziati (o separati) sono risposati, e quelli che restano da soli, talvolta non volontariamente, hanno spesso la sensazione di essere trascurati, dimenticati, poco accompagnati; d’altro canto le persone divorziate e risposate hanno altre preoccupazioni, altre difficoltà, altre responsabilità oltre all’accesso o meno ai sacramenti. Il primato di questa preoccupazione sembra piuttosto molto clericale.

Inoltre, di fronte a questo problema, la maggior parte "segue la propria coscienza", come raccomanda un testo dell’episcopato francese e si manifesta una grande varietà di atteggiamenti pastorali – per questo s’impone un’armonizzazione della riflessione. Tale armonizzazione avrà come primo obiettivo quello di non confondere le poste in gioco. Una di esse è il senso stesso dell’indissolubilità, un’altra è quella del perdono. Non si tratta affatto, nelle mie intenzioni, come in quelle di molti che intervengono nel dibattito, di rimettere in discussione il principio dell’indissolubilità. Al contrario, sono uno di coloro che ricordano l’importanza di questa idea e quanto sia la chiesa che il mondo perderebbero se – come capita spesso oggi – solo i legami di sangue fossero riconosciuti come indissolubili. Sono uno di coloro che sottolineano che dietro a molte rivendicazioni in questo ambito si nasconde un dubbio di fondo sull’indissolubilità, in conformità con la mentalità edonistica o contrattualistica e con l’etica del provvisorio che regnano oggi. Che tra due esseri possa esistere un rapporto di alleanza che ha la sua specifica consistenza è un beneficio grande sotto tutti gli aspetti, in particolare per quello spirituale.

Il legame è un legame umano di fatto: rientra nell’irreversibile. La mia ex moglie è la mia ex moglie, non una ex compagna o una ex partner. Del resto, il divieto in questione è la sola parola di Cristo che si trova citata cinque volte nel Nuovo Testamento, una delle parole più sicure e più originali di Gesù.

Ma tra la pericope evangelica e un articolo del diritto canonico c’è una bella differenza! C’è spazio per l’interpretazione. In uno dei suoi testi importanti (Familiaris consortio 84), Giovanni Paolo II raccomanda del resto di "differenziare" le diverse situazioni. Poi il testo tace e c’è come un salto prima del paragrafo successivo, che riprende in modo molto generale. Il lavoro consiste semplicemente nel riprendere la differenziazione raccomandata. Più avanti scrive: "La riconciliazione tramite il sacramento della penitenza può essere accordata solo a coloro che sono pentiti di aver violato il segno". Anche qui il compito è di proseguire la riflessione del papa: l’astinenza sessuale è il solo modo di manifestare che ci si pente? In una maniera o in un’altra questo non significa forse attribuire all’aspetto sessuale un’importanza smisurata? Un percorso di penitenza, unito a un lavoro di discernimento, non dovrebbe essere anch’esso promosso?

Per questo sono tra coloro che pensano che la chiesa abbia ragione a difendere l’indissolubilità. Che abbia ragione a sostenere un periodo di tempo di penitenza-astinenza per manifestare che c’è stata la trasgressione di un divieto importante venuto dal Vangelo, e contraddizione con una regola importante della chiesa. Ma penso anche, come diceva un prete, "che un digiuno è fatto per essere rotto" e che se questa astinenza porta, dopo un certo periodo di tempo, a un percorso di penitenza-riconciliazione, sarebbe più significativo. Sarà più un cammino che un divieto. Sarà l’occasione di importanti prese di coscienza. Il tempo della riconciliazione potrebbe essere anche quello del riconoscimento degli errori e dell’indissolubilità della stessa.

C’è una differenza tra "chiedere perdono" e giustificare o domandare una clausola di dissoluzione (non parlo qui della nullità).  C’è un legame tra il riconoscere pienamente l’indissolubilità e chiedere il perdono della chiesa per uno "stato di vita" e per degli atti che comportano una dimensione di peccato, ma anche di innegabili beni etici e che non possono essere puramente e semplicemente assimilati all’adulterio.

Leggi qui l’originale

Tags:
famigliamatrimonio
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