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E' vero che chi muore «ci guarda dal cielo»?

© Dennis van de Water/SHUTTERSTOCK

Toscana Oggi - pubblicato il 01/09/14

La comunione perfetta con i nostri cari è in Cristo e si realizzerà nella compiutezza del Regno, quando Dio sarà tutto in tutti (1Cor 15,22-28). Nell’attesa di questa comune «beata speranza», la Chiesa crede in una comunione che ci accomuna anche con coloro che sono già morti in Cristo e «continuano a compiere con gioia la volontà di Dio in rapporto agli uomini e all’intera creazione» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1029). La costituzione dogmatica del Vaticano II sulla Chiesa afferma come il vincolo di unione fra noi e i nostri morti sia l’amore di Dio: «Tutti però [chi è pellegrino sulla terra, chi l’ha lasciata e compie la propria purificazione, chi infine gode della gloria del cielo], in gradi e modi diversi, comunichiamo nella stessa carità verso Dio e verso il prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria» (Lumen Gentium, 49). E sottolinea come il segno autentico di questa comunione nell’amore che continua a unirci sia la preghiera vicendevole (Lumen Gentium, 50). Questa è la nostra fede, oltre la quale non possiamo dire di più, se non usando un linguaggio metaforico e allusivo. Certamente possiamo dire che i nostri cari ci «guardano e proteggono» dal paradiso. Abbiamo bisogno di parole che siano espressive della nostra esperienza. Al tempo stesso dobbiamo riconoscere come oltre la morte si apre una realtà misteriosa che è oggetto di fede e speranza, esprimibile solo in un modo parziale e, come dicevo, metaforico e allusivo. Il vero paradiso è nella comunione con Cristo: il suo sguardo verso ognuno di noi è pieno di amore misericordioso e amore. La comunione con lui è il vero paradiso nel quale troveremo tutti i nostri cari in quella vita abbondante e definitiva, dove ogni lacrima sarà asciugata e ritroveremo, purificati da ogni macchia, ogni bene vissuto sulla terra (cf Gaudium et spes, 39).

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