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Chiesa

E' vero che chi muore «ci guarda dal cielo»?

© Dennis van de Water/SHUTTERSTOCK

Toscana Oggi - pubblicato il 01/09/14

E partecipare, in qualche modo, ai dolori e alle gioie delle persone?

Si sente spesso dire, quando muore qualcuno, che adesso ci vede dal Paradiso. Anche quando si sente  la mancanza di una persona cara, c’è sempre qualcuno che dice: sicuramente ci sta guardando da lassù… Vorrei sapere cosa dice in proposito la Chiesa: è vero che i defunti possono seguire, dal cielo, le vicende umane e partecipare, in qualche modo, ai dolori e alle gioie delle persone?

Gianni Marzocchini

Risponde p. Valerio Mauro, docente di Teologia Sacramentaria

La domanda del lettore, per quanto formulata in modo pacato, si apre a risvolti che toccano corde sensibili e sofferte. La possibilità desiderata di mantenere una qualche relazione con i defunti che erano cari al nostro cuore diventa acuta tanto più forte era il legame che ci univa. Non si tratta di una questione di poco conto e cercherò di rispondere, sia pure semplificando una questione molto complessa, in modo corretto e attento alla delicatezza di quanto è in gioco. Sulla realtà dei defunti la fede cristiana affonda le radici nell’esperienza religiosa del popolo d’Israele. Il Primo Patto è molto reticente sulla loro sorte.

L’attenzione è tutta rivolta alla vita terrena dell’uomo, l’unica della quale si abbia esperienza; oltre la morte tutto è oscuro (cf Gb 14,10-28; Qo 12,1-8). Inoltre, contro gli usi dei popoli vicini, le pratiche di divinazione nella pretesa di entrare in contatto con i morti sono guardate con sospetto: è il caso della negromante di Endor, alla quale il re Saul chiede di consultare il deceduto profeta Samuele (1Sam 28). L’idea di una sopravvivenza o, per essere precisi, di una vita rinnovata oltre la morte si affaccia parzialmente nella fede d’Israele alle soglie dell’era cristiana. Alcune scuole di pensiero, come quella dei farisei, propendono per una «risurrezione dai morti», come testimoniano i passi di Mt 22,23-33 e At 23,1-10. Sul versante della fede cristiana è decisiva l’esperienza dei discepoli di Gesù, che hanno visto e incontrato vivo quel Gesù che avevano riconosciuto come maestro e visto morire sulla croce. Il Risorto appare loro, si comunica in un’esperienza umana unica, della quale si sentono chiamati ad essere testimoni per il mondo intero. E tuttavia, questa esperienza non è definitiva né continua: il Gesù che appare, facendosi riconoscere, scompare, lasciando in essi il compito della memoria da tramandare. Limpida è la testimonianza dei due discepoli di Emmaus, (soprattutto Lc 24,31). Presenza e assenza del Risorto sono unite in modo paradossale, ma proprio questo paradosso è l’indice della provvisorietà della nostra esistenza, in cammino verso quella definitiva che riceve il nome di «vita eterna», dono assoluto di Dio. Il punto capitale è che questa vita è segnata in modo unico e definitivo dal Signore Gesù, colui che è via verità e vita (Gv).

Come fa il lettore nella sua domanda, la parola entrata nel linguaggio comune è «paradiso», che ha un valore evangelico perché la troviamo nella promessa fatta da Gesù al cosiddetto buon ladrone: «oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,43). Ma il valore della promessa non è in un luogo dove vivere, bensì nella relazione assicurata: Gesù assicura il ladrone che sarà con lui, in comunione con la sua stessa vita. Questa promessa è per ognuno di noi, se ci lasciamo coinvolgere dal Vangelo di Gesù: la comunione di vita definitiva e fondamentale è con lui, il Risorto dai morti. In questa direzione non possiamo non accennare al valore cristologico della risurrezione dai morti. La persona umana è un corpo, secondo il linguaggio paolino, e in questa dimensione corporale consiste la sua capacità relazionale. Per questo l’apostolo parla di risorgere in un «corpo spirituale», intendendo un corpo pervaso e animato dallo Spirito di Dio (1Cor 15,35-50), in comunione con il corpo glorioso del Signore risorto.

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