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Perché entrare in clausura quando si può fare tanto bene nel mondo?

© Mia Felicita Bertelli

Meeting di Rimini - pubblicato il 30/08/14

Al Meeting di Rimini il racconto di una suora trappista

Madre Cristiana Piccardo, monaca cistercense della stretta osservanza, è l’autrice del libro presentato al Meeting di Rimini dal titolo “La storia, maestra di Fede, di Speranza, di Carità (edizioni Lindau). Racconta in soli quattro capitoli tutto quanto ha visto e vissuto quando era badessa a Vitorchiano, monastero trappista in Lazio, e in seguito a Humocaro in Venezuela, partendo dagli anni che precedono il Concilio Vaticano II. A presentare il volume è stato chiamato don Gianluca Attanasio della Fraternità dei Missionari di San Carlo Borromeo. Attanasio è un prete milanese inviato come missionario a Torino e conosce il monastero di Vitorchiano ormai da più di venticinque anni.

Così racconta la sua esperienza: “Sono andato la prima volta a Vitorchiano quando avevo vent’anni, avevo già sentito la chiamata a essere prete. Eppure la clausura mi sembrava assurda. Questo pregiudizio mi ha impedito di incontrare le monache. Perché entrare in clausura oggi quando si può fare tanto bene nel mondo?” Gianluca diventa prete e con don Massimo Camisasca, fondatore della Fraternità, ritorna a Vitorchiano: “Sono rimasto folgorato dalla letizia e dalla gioia che splendeva sul loro volto. Sono più contente di me, mi sono detto, anche se la loro vita è lavoro e preghiera restando sempre nello stesso posto, in un mondo in cui viaggiare è quasi un obbligo”. In seguito incontra più volte le monache: ragazze belle, che hanno studiato, che avevano una carriera. “Ma che cosa vivono queste donne?” si chiede padre Attanasio. E la risposta: “Guardano e cercano il volto di Cristo che dà loro la felicità”.

Il libro è un racconto di madre Cristiana alle novizie. La monaca parla del cammino di Vitorchiano, monastero dal quale sono partite in diversi tempi monache che hanno fondato altri monasteri nel mondo: in Venezuela, in Perù, in Argentina, nelle Filippine (da cui è sorto un monastero a Macao, in Cina). Il libro, spiega don Gianluca, può essere letto tenendo conto di alcune parole che ne rappresentano la chiave di lettura. “La prima parola è esperienza, perché il rapporto con Cristo di queste monache è un’esperienza reale”. La seconda è tradizione, anzi “tradizione viva”. Madre Cristiana racconta il suo primo incontro con madre Pia, la badessa di allora, monaca fedele alle regole e appassionata a Cristo. È stata lei a insegnarle che la vita religiosa è una vita a due, la monaca e Gesù Cristo, contraria in radice alla solitudine.

La monaca nel suo racconto rievoca i tempi precedenti al Concilio Vaticano II, in cui la vita monastica era silenzio, preghiera, digiuno, ma anche individualismo. “Il Concilio ha fatto irruzione segnando un passaggio da un’osservanza delle regole a una vita di comunione”, commenta don Attanasio, che prosegue: “Si scopre la sorella e il volto della sorella diventa un bisogno, la comunione investe tutta la vita”. L’incontro di madre Cristiana con don Luigi Giussani provoca un cambiamento enorme a Vitorchiano. Con l’ingresso in monastero di molte ragazze di Gs e poi di Cl, si incontrano due generazioni di monache: le vecchie contadine con le giovani che venivano dalla scuola. Eppure la comunione è totale. Com’è stato possibile? “Basta uno sguardo”, dicono.

La terza chiave di lettura del libro è la missione. Notevole l’esempio del monastero sorto nella Repubblica Ceca. In una nazione atea e da molto tempo senza religione, le nove monache partite da Vitorchiano in tre anni sono diventate diciotto.
Il libro è scritto con un linguaggio poetico e in un mondo spesso segnato da divisioni e disumanità fa conoscere un esempio di vita di pace e di comunione. Perché, osserva don Gianluca, “se non esistono luoghi dove diventano vita quotidiana, come si fa a predicare la pace e la fratellanza?”

Chiude l’incontro il moderatore Camillo Fornasieri, direttore del Centro culturale di Milano: “Il cuore con cui vivono queste suore è lo stesso cuore dei preti delle baraccopoli, genera comunione e costruisce un luogo in cui è possibile vivere”.

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